Ape bianca

Ape bianca

Una madre; un’artista, una pittrice dalla personalità solare, magnetica, capace di attrarre, di splendere; che con la figlia è in grado di condividere momenti di arte e creatività, e al contempo di proiettarle addosso una zona d’ombra, di assenza in cui lei resta imprigionata, in cerca di parole, di attenzioni. Poi un giorno arriva la diagnosi: la malattia consuma la madre rapidamente… E la figlia si ritrova a fronteggiare la consapevolezza crescente della inevitabile perdita, a cui si contrappone la felicità per quella vita che le sta crescendo dentro, e che la renderà mamma a sua volta. Il giorno del parto corrisponde a quello della prima seduta di chemioterapia: “la vita e la morte in un unico abbraccio. Non mi sono mai sentita così dentro alle cose, mai così profondamente e dolorosamente viva”: il tempo fugge, e le due sembrano sempre meno capaci di riempirlo come vorrebbero: “Sapevamo benissimo che quella sarebbe stata la tua ultima estate. Un groviglio di rabbia, parole taglienti, indifferenza e sguardi astiosi ci ha incatenato in un silenzio che era già morte. Avevamo smesso di comunicare, la distanza si era già infilata tra di noi. Non mi davo pace per la perdita di tempo prezioso, ma non avrei saputo come usarlo”…

“Ape bianca, ebbra di miele, ronzi nella mia anima / e ti torci in lente spirali di fumo. / Sono il disperato, la parola senza eco, / quello che ha perduto tutto, quello che tutto aveva”, scriveva Pablo Neruda, poeta amato da Fiammetta Gioja, la madre protagonista di questo sofferto memoir in cui Valentina Villani - psicologa e psicoterapeuta romana con una passione per la fotografia e la scrittura - esplicita un percorso di elaborazione del lutto, evitando di cadere nella trappola del sentimentalismo, e restituendo luci e ombre di un rapporto intenso e complesso, a tratti lacerante, fatto di amore, ma anche di “rabbia, parole taglienti, indifferenza e sguardi astiosi”; che “[…] ferisce senza preavviso, dentro a un bene che è anche dolore”. Il testo - una lunga lettera alla madre (e a se stessa), che assume la forma del diario e dell’album dei ricordi - è impreziosito da versi e dipinti di Fiammetta Gioja e, in appendice, da foto e da frammenti poetici della stessa Villani: parole, immagini che alimentano un flusso di coscienza straziante, che passa attraverso l’elaborazione dei conflitti e dei nodi irrisolti e la rievocazione delle consuetudini (“Ogni tanto perdevi un orecchino, rimaneva impigliato in una delle tue tante sciarpe […]. Ti dispiaceva così tanto che a volte ne indossavi solo uno. Se avesse avuto un’anima, quell’orecchino si sarebbe sentito come me adesso: solo, senza radici, spaesato. A volte mi capita di indossare un tuo orecchino, solo uno, di proposito…”) che hanno permesso all’Autrice di non sprofondare negli abissi della disperazione, e ritrovare, in modo solo apparentemente paradossale, dopo la rescissione del legame, una figura genitoriale percepita in vita come assente.



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