Apocalisse criminale

Apocalisse criminale
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Dopo alcuni anni nell’esercito inglese, Anthony è precipitato nell’abisso dell’alcool e della droga. Assediato da una depressione senza fondo, decide di recarsi in Bosnia come fotografo freelance. Qui è testimone e anche protagonista di innumerevoli episodi della guerra jugoslava…
Fiumi di inchiostro sono stati versati su una delle tragedie più nere ed inaspettate del ‘900: la crisi jugoslava. In un’Europa che ancora festeggiava il crollo del muro di Berlino e si preparava ad un futuro senza blocco sovietico e senza quindi lo spauracchio della guerra atomica che aveva dominato i decenni precedenti, nessuno si sarebbe aspettato che la penisola balcanica sarebbe precipitata in anni di puro medioevo (anni tra l’altro ancora ben lontani dall’essere finiti, con la situazione in Kosovo e Montenegro ancora tesa e sull’orlo del precipizio). Ma la Federazione Jugoslava, un coacervo di etnie e culture diversissime tenute insieme soltanto dai carri armati sovietici alle frontiere e dal carisma del Maresciallo Tito, nel 1990, una volta tornata al sistema pluripartitico e alla democrazia, iniziò a disgregarsi sotto le spinte nazionalistiche, localistiche, e grazie alle scelte demagogiche dei nuovi leader politici: una dopo l'altra, Slovenia, Croazia, Macedonia e Bosnia-Erzegovina (1991-1992), da sempre molto insofferenti al sostanziale predominio serbo, si dichiararono indipendenti. Macedonia e Slovenia, lontane da Belgrado e relativamente poco importanti dal punto di vista strategico ed economico, si staccarono quasi senza colpo ferire (anche grazie ad un tempestivo riconoscimento internazionale), ma per Croazia e Bosnia le cose andarono molto diversamente. Le due nascenti nazioni non erano etnicamente omogenee, e la Serbia intervenne subito militarmente al fianco delle minoranze serbe che vivevano nel loro territorio. Particolarmente cruenta e ricca di aspetti surreali fu la guerra civile tra musulmani e serbi in Bosnia, combattuta con ogni mezzo, anche il più barbaro e brutale. E’ questo lo sfondo a tinte fosche del romanzo/reportage di Anthony Loyd, testimone oculare di combattimenti, stragi, operazioni militari decisamente diverso dagli altri in circolazione: contrariamente ai vari giornalisti, operatori umanitari, soldati ONU che hanno affollato nello scorso decennio le librerie di tutto il mondo con le loro memorie jugoslave, Loyd ha una fascinazione per la guerra, un gusto dell’autodistruzione, una conoscenza ‘dal di dentro’ delle dinamiche mentali dei combattenti che rendono questo libro un’esperienza davvero inusuale e scioccante. Ecco il vero appeal di Apocalisse criminale (un bell’1 al titolo, ahinoi), che non brilla invece per qualità letteraria tout court o per efficacia divulgativo-storica, né soddisfa i lettori in cerca di sensazioni forti o di particolari agghiaccianti. Non che manchino, intendiamoci, ma Loyd è immune da qualsiasi compiacimento nel descrivere l’orrore (anzi, “l’orrore!” come diceva il compianto Marlon Brando) della guerra, concentrato com’è nel vivere il suo personalissimo, privato, altrettanto spaventoso inferno.

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