Appena ieri

Appena ieri
Nel nome di una promessa. Isacco è ancora giovane, è infervorato dalla fede, è sionista e se ne vanta, non ha nulla da nascondere, lui. Israele è la sua meta, la sua fede, la sua ossessione. Presumibilmente siamo all'inizio del Novecento. Dalla lontana Galizia si mette in moto, per lunghi giorni di viaggi in treno per poi arrivare a Trieste e salpare. Finalmente dopo un viaggio non certo rilassante, ecco l’agognato sogno che si fa realtà. Terra, Israele, finalmente. “Un'oasi di beatitudine, immaginava fosse allora quella terra, e benedetti dal Signore coloro che vi dimoravano”. Ma sin dalle prime ore a Giaffa ecco che i sogni si sgretolano, i fervori non si spengono ma cominciano a porre inquietanti dubbi, la realtà non è paradisiaca, anzi. Vi è un'avidità diffusa ed un avaro senso di fratellanza. Difficile trovare lavoro, quasi sempre appannaggio degli, arabi, difficile mangiare che i cibi sono così diversi e apparentemente immangiabili, difficile comunicare, ché si parlano molti dialetti e ciascuno è geloso del proprio e poi spesso c’è poco da dirsi, gli indigeni sberleffano i nuovi arrivati e i nuovi arrivati si guardano spesso in cagnesco, sapete com’è, la fame morde e il lavoro poco, pochissimo. Isacco ragiona, Isacco ha una fede incrollabile ed incontrovertibile, ma è dura e a nulla lo aiuta la sua attività onirica che ora ammonisce, ora redarguisce, insomma sempre lo indirizza, controlla, vigila come un angelo custode. Ma non sempre poi le cose vanno male, c’è del cuore anche in quella lontana terra che ogni giorno disvela segreti non sempre piacevoli, non tutto è lindo e candido come era stato dipinto, non basta essere fieri di sentirsi ebrei e conoscere le scritture, gli uomini rimangono uomini, coi pregi d i difetti, di qualunque razza o religione essi siano. Ma Isacco è tenace, incontrerà prima l'amore nelle due donne agli antipodi, Sonia e Shifra,  e poi il cane Balac (ovvero cane, in ebraico, letto all’incontrario) che pensa e ragiona come un uomo e certo non ha peli sulla lingua, sarà acuto quadrupede censore dei costumi non sempre elogi delle genti di quella terra non ancora al centro di drammatici conflitti, ma che sta gettando le basi per il suo futuro non sempre radioso e pacioso…
“Però certo che se solo vivere qui in Terra d’Israele fosse bello come era stato il viaggio per venire qui”. Con evidenti richiami alla tradizionale “letteratura rabbinica” e alla Bibbia, con registro binario che va legando tono epico e molta ficcante ironia, si evidenziano nel libro i due caratteri che a detta di molti connotano la letteratura di Agnon, un tendenza mistica imprescindibilmente marcata da spigolature umoristiche se non sarcastiche. Affiora certo un certo vagheggiamento di un passato spirituale intonso e memorabile, infangato ora dalle necessità impellenti, aride  e terrene dell'oggi. Il dissidio temporale/filosofico è altresì spesso filtrato da una dimensione onirica,d ove spesso i sogni permeano la narrazione fin quasi a dominarla. Romanzo di impianto sicuramente classico, anche per una sua certa schematicità e tendenza al didascalismo esemplificativo, che per la sua corposa mole e il suo dispiegarsi in decenni ricorda le maestose saghe specie francesi e russe dell'Ottocento e dove anche se il protagonista è essenzialmente solo uno, il testardo quasi ingenuo Isacco Kumer, si narra in realtà, come detto già nella prime pagine, delle vicende di un'intera generazione , quella della cosiddetta seconda ondata immigratoria verso le terre promesse e dove anche le città dove essenzialmente si svolge la vicenda,. Gerusalemme e Giaffa, sono in realtà metafore e simboli di due modi di interpretare la religione, la vita, il mondo e  la storia, come così i due amori del Kumer sono inscindibilmente legate alle loro due terre d'origine, aspetti bipolari di un'unica realtà variegata e che presenta diverse sfaccettature. Shmuel Yosef Agnon (1888-1970), pseudonimo di Yosef Czaczkes, ebreo di origine galiziane, Nobel per la Letteratura nel 1966, è considerato uno dei maggiori narratori israeliani. Prova ne siano tra l'altro, la logorroica e deferente introduzione alla presente edizione scritta dal romanziere Abraham B. Yehoshua e il fatto che l'altro celebre scrittore israeliano Amos Oz racconta di Agnon nella sua fluviale autobiografia Storie d'amore e di tenebra.

 

 

 

 
 
 
 
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