Appia

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Due millenni fa univa Roma a Brindisi. Da allora, l’Appia antica viene considerata la regina viarum, capolavoro di ingegneria del mondo antico e simbolo di un popolo conquistatore. Il lucido, nero basolato lavico contraddistingue la direttrice che Appio Claudio Cieco fece costruire per permettere la veloce movimentazione di legionari verso Sud e per dare modo ai suoi elettori di giungere facilmente alla capitale. Dunque, un’operazione strategica su più fronti, militare e politico. In prossimità di Capua, seimila schiavi ribelli guidati da Spartacus vennero crocifissi e poi lasciati a marcire ai bordi della carreggiata, come monito ed esempio. Nei corso dei secoli, la Storia dell’Italia è transitata sopra le sue pietre, calpestate da milioni di individui e animali, capaci di resistere al tempo ma non all’azione dell’uomo che negli ultimi decenni ne ha cancellato grandi tratti. Incuria, guerre, urbanizzazione, industrializzazione, sono alcune delle cause che ne stanno decretando la scomparsa. Per questo, perché ciò non accada, un gruppo di coraggiosi camminatori, all’inizio dell’estate del 2015, decide di partire da Roma nel tentativo di ripercorrerla, cercandone le tracce, immaginandone il tragitto laddove ogni segno era scomparso per raggiungere Brindisi, dopo 612 chilometri di viaggio. Più si allontanano da Roma e più la strada si perde e si sfalda. Cambiano i lineamenti delle persone, muta la parlata. Ciò che non cambia è il degrado e l’incuria di quel che rimane dell’Appia antica. La mappatura del suo scheletro, il viaggio verso Sud, si trasforma in una missione, in una visione, perché le genti si risveglino e guardino di nuovo alla strada regina come a un patrimonio da riscoprire…

Da qualche tempo, per Paolo Rumiz lo scopo del viaggio non è tanto la destinazione e il punto di arrivo, quanto la direttrice usata per arrivarci. Se in Morimondo il giornalista, scrittore e viaggiatore ci ha raccontato il suo viaggio in barca sulla più nota via d’acqua italiana quale è il Po, con Appia sono le millenarie pietre romane della più importante strada imperiale ad attirare la sua attenzione. Ma lo scopo e il significato dei due racconti è il medesimo: testimoniare il disfacimento di un patrimonio sfruttato nei modi sbagliati, descrivere lo spreco dettato dal disinteresse, spiegare il dramma di un simbolo che viene a mancare. L’Appia è molto più che una strada commerciale. Se da Nord a Sud per secoli ha fatto muovere legionari e merci, da Sud a Nord sono piedi di pellegrini e di santi come Pietro e Paolo che l’hanno utilizzata. Ritrovarla e ripercorrerla, ci dice l’autore, significa tornare indietro nel tempo nel tentativo di rinsaldare un simbolo unitario tra Settentrione e Meridione e un legame dimenticato. L’Appia è una cerniera rotta tra culture diverse e che nessuno ha mai più voluto aggiustare. Il risultato di questo viaggio, che si è aggiudicato il Premio Carlo Levi 2016, è un corposo documento nel quale lo stradario, pieno zeppo di nomi e località, incontra la visione intima e personale dell’autore, mescolando al rendiconto la propria esperienza. Ci siamo chiesti se, dopo un anno e mezzo, qualche cosa fosse cambiata, dopo i primi e prevedibili entusiasmi iniziali della marcia di ritorno su Roma. A quanto pare sì, dato che l’autore ci risponde che, non sembra vero, ma per una volta il Ministero pare rispondere e l’associazionismo muoversi concretamente.



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