Applausi a scena vuota

Applausi a scena vuota
È una sera come un’altra in una cittadina a Nord di Tel Aviv, Netanya, piccolo centro di dubbia fama. Qui un locale di stand up comedy ospita la performance di Dova’le. Non è certo l’apice per la sua carriera di cabarettista, eppure è una serata speciale per l’ultracinquantenne, che fa della sua vita, drammi compresi, materia per riso, facile o amaro che sia. Dova’le è un uomo di mezz’età, ma sul palco è prima di tutto un ragazzino che svicola per gli avvenimenti che hanno fatto di lui l’uomo che è. E qualcuno più di altri lo sa, tra il pubblico, e se ne accorgerà sempre più, uno spettatore d’eccezione che si mimetizza, e ci riesce meno di quanto vorrebbe, nella platea anonima. Lazar capisce e non capisce il perché della sua convocazione all’evento. Quarant’anni separano i due uomini, ma poco o nulla sembra contare alla luce di un’emersione sconcertante e semplice, le radici che solo l’amicizia da bambini riesce ad intrecciare. Un momento nevralgico, un tragico punto di non ritorno e Dova’le ragazzo perde più punti di riferimento di quanti credesse di poter perdere. Ma se il tempo non rende quello che si è preso, forse è il momento di scoprire che non era tutto perso quello che è sparito dalla vista per un po’. Fosse anche una lontananza di decenni...
La storia di un uomo che sotto la sferzante patina autoironica e divertitamente cinica del cabaret da strapazzo solca le vie più impervie della propria memoria. Il linguaggio è di una scorrevolezza quasi libidinosa, le battute degne dei migliori monologhi di scena: trasudano occhio di bue sparato negli occhi e il resto, ciononostante Applausi a scena vuota è una delle autoanalisi più profonde e pungenti e insieme una vera e propria storia che si scrive ex novo. Il personaggio di Dova’le non è un inno alla memoria come unico modo di capire se stessi (o il mondo) , o meglio lo è, ma è anche e soprattutto un agglomerato di memorie che investe tutta la sua mastodontica mole nella reinvenzione di una storia che prende le mosse da se stessa per costruirsi nuova. Ad un cabarettista il cui intento fosse quello di riflettere sulla propria vita basterebbe avere un qualunque pubblico partecipe solo del racconto e rielaborazione delle memorie e non delle memorie di prima mano, ma così non è per il Dova’le di Grossman, che invece chiama a sé, occhi negli occhi, il principale testimone dell’evento che ha segnato indelebilmente la sua vita, probabilmente incidendone il corso. Semplicissima scelta drammaturgica, imponente scelta stilistica: il narratore non è il protagonista, che rimane il cinico comico, ma Lazar, l’amico che gli ha voltato le spalle, quel giorno infantile lontano in cui Dova’le ha scoperto che la vita sa tradire, sa rubare. Un genitore. Una narrazione fatta tutta d’un fiato, nella quale le parole di Lazar si avvicendano agli sketch del primo, confondendo le parole sulla pagine ma mai nella testa del lettore che riesce sempre a scindere - come munito di magneti dai poli opposti - le parole di uno da quelle dell’altro. Le calamite sono gentilmente fornite da uno scrittore eccellente.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER