Arancio

Arancio
Che ci fa Tommaso Arancio, giovane maestro di tango, in un angolo sperduto sulle coste dell’Islanda? In realtà proprio niente. Passa il tempo nel pub più noto della zona, “La Sardina Celibe”, ad ascoltare sempre le stesse storie ripetute all’infinito sull’eroe locale, il navigatore Kristianssen, e la musica della band punk impegnata I Salmoni Arrabbiati. Ma un bel giorno la sua vita cambia all’improvviso e il cambiamento ha una immagine precisa: una cicciona dal volto porcino e gli occhi verdi dolci e intelligenti, fuseaux gialli e pelliccia sintetica viola, agilità di una foca, seno enorme e risata vulcanica. Lei è la donna più ricca d’America e dirige una rivista a Baja Topòn, nel sud della Florida; il suo successo è frutto del suo intuito: “C’è solo una cosa che gli uomini hanno bisogno di riempire più della loro pancia e del vuoto delle loro anime: il loro ego”. Lei si innamora d’un colpo di Arancio e decide di assumerlo per mille dollari a pezzo. D’altronde è italiano e quindi esperto “di un po’ di tutto”. E poi – che ci vuole? – “Tutti sanno scrivere”. Impossibile rinunciare ad una occasione simile. Da qui in poi attorno ad Arancio e ai suoi disperati tentativi di sopravvivere alle “angosce copulative” e di scansare le avances focose del suo capo (col rischio di perdere lavoro, casa e cittadinanza americana) vorticheranno personaggi assurdi: colleghe assatanate, colleghi ambizioni e fedifraghi, innamorati disperati, rosticcieri canterini con cui duettare, baristi saggi (o completamente fuori di testa?). E nessuno con un nome normale: Glenn Grant, Jean Besançon, Jim Morrison, Dean Martin. Che ne sarà del nostro affascinante tanguero?
Il terzo romanzo di Emanuele Pettener, veneto, professore d’Italiano in una università della Florida, è un vero e proprio caleidoscopio di immagini, colori, parole. Le disavventure del protagonista (“Da piccolo sognavo di diventar famoso, ma i miei m’han fatto studiare”) non si traducono in una trama reale e articolata ma sono l’occasione per raccontare piccoli quadretti surreali e divertenti nei quali di tanto in tanto emergono passi ora satirici, come quelli dedicati al giornalismo, agli scrittori e ai corsi di scrittura creativa, ora ironici e pungenti come le pagine sul “leccaculismo”, ora anche teneri e pensosi: “ Il primo amore è come la Biblioteca d’Alessandria. Un’infinita e incalcolabile serie di stanze, scaffali, volumi pieni di ricordi, illusioni, emozioni, desideri, tormenti – e dopo l’incendio che resta? Una mezza pagina bruciata”. Su tutto un colore arancio che non è solo il nome del protagonista ma anche il colore dominante del racconto, nella copertina, nelle immagini, nelle atmosfere, nei personaggi. La cifra specifica che rende il romanzo originale e godibilissimo è sicuramente quella linguistica: accostamenti arditi di aggettivi, iperboli immaginifiche, metafore divertenti, ironie fulminanti, contrasti assurdi di parole che magicamente si traducono in immagini coloratissime e scoppiettanti. Tante potrebbero essere le citazioni ma sarebbe un peccato sciupare la sorpresa al lettore. Un racconto surreale, insomma, a volte anche assurdo, che però non valica mai i limiti di equilibrio e buon gusto e che mostra quanto l’autore si sia divertito a scrivere. Una piccola storia che offre anche una piccolissima morale, ma sempre con leggerezza, affidata ad un barista che si crede Dio, anche se “talora non crede sufficientemente in se stesso”, e che dà un solo grande consiglio al protagonista con le parole di Jack Nicholson: “Fa’ quello che vuoi”.

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