Aristotele e la Casa dei Venti

Aristotele e la Casa dei Venti

Atene, tarda primavera del 326 a.C. Il sommo Platone è morto da una ventina d’anni e alla guida della sua Accademia, per sua precisa designazione, gli è succeduto l’ormai anziano scolarca Senocrate. Ma per molti è Aristotele di Stagira, il suo discepolo più illustre, colui che avrebbe dovuto ricoprire quel ruolo e per lui – che è maestro al Liceo – hanno grande rispetto. Tant’è che un giorno lo stesso Senocrate lo convoca all’Accademia per parlargli di una questione delicata, per affrontare la quale vorrebbe il suo aiuto. Il filosofo, accompagnato dal fido Stefanos, apprende che lo scolarca sta aspettando un messo dalla Sicilia latore di un misterioso messaggio che riguarda proprio il loro sommo Maestro. All’improvviso giunge un giovane barcollante a causa di una ferita che subito si accascia esanime sulla soglia. Poco dopo arriva anche un tizio che dice di essere Eumeo, schiavo di Stoico di Siracusa, ovvero l’uomo che giace morto sul pavimento dell’Accademia. Mentre lamenta la sua disgrazia e si dispera per la punizione che lo aspetta in Sicilia per non aver saputo proteggere il suo padrone, Eumeo si fa convincere a consegnare una lettera, il misterioso messaggio che il suo padrone era venuto a consegnare a Senocrate. Aristotele legge i pannelli lignei cerati e scopre che un tale che si firma “Ignoto Amico” vuole che proprio lui vada in Sicilia a recuperare pericolosi documenti appartenuti a Dionisio I e poi a suo figlio Dionisio II – i sovrani che Platone aveva tentato di guidare con le sue convinzioni politiche e filosofiche – che se ora cadessero in mani sbagliate recherebbero un danno enorme alla memoria di Platone e seminerebbero scompiglio nell’isola già “molto incline a complotti e faziosità”. Aristotele, convinto che nulla potrebbe infangare l’immagine del Maestro, si rifiuta di affrontare il viaggio ma Licurgo, governatore e amministratore di Atene, lo persuade a cambiare idea. Tuttavia, ciò che soprattutto spinge Aristotele e Stefanos ad imbarcarsi è la scoperta che il giovane Eusebio, studente da poco ammesso al Liceo e fanatico ammiratore di Platone, è già in viaggio, deciso a difendere personalmente il suo amato idolo, ignaro di stare per cadere in un pericoloso tranello. Aristotele deve riportare indietro sano e salvo il ragazzo che suo padre gli personalmente affidato ma, sbarcati a Siracusa, i due ateniesi trovano subito una situazione piuttosto ostile. La città è divisa in fazioni e il sospetto serpeggia ovunque, chiunque è sospettato di volersi impadronire del potere. Il nobile Periandro di origini corinzie si offre di dare ospitalità ai due ad Ortigia ma, dopo un simposio al quale Aristotele e Stefanos prendono parte come ospiti d’onore, l’uomo viene barbaramente ucciso e sbranato da cani affamati. Durante il simposio, i due ateniesi avevano incontrato altri notabili della città non particolarmente cortesi nei loro riguardi e una strana danzatrice che aveva donato ad Aristotele una preziosa moneta, insieme a misteriose parole che i filosofo non era riuscito subito ad interpretare. Chi è davvero la danzatrice Ninfadora? Chi è l’Ignoto Amico che ha attirato Aristotele in Sicilia e perché? Esistono davvero questi documenti che metterebbero a rischio la reputazione di Platone? Chi ha ucciso Periandro in quel modo terribile?

Docente di letteratura comparata all’University of Notre Dame negli Stati Uniti e autrice di una importante teoria letteraria che fa risalire la nascita del romanzo all’età classica, illustrata nel saggio La vera storia del romanzo, l’ottantenne canadese Margaret Doody nel 1978, quasi per gioco, pubblicò un romanzo giallo con Aristotele nell’insolita veste di investigatore, ma non ottenne successo e dopo pochi altri tentativi lei smise di scriverne. Nel 1998 due di questi romanzi sono stati pubblicato in Italia e hanno avuto un grande apprezzamento così che l’autrice ha ripreso a scrivere queste curiose storie che mescolano abilmente trama gialla e filosofia con protagonista Lo Stagirita, una sorta di Sherlock Holmes con i calzari, accompagnato dal fido Stefanos-Watson. Questa undicesima indagine si svolge quasi per intero in Sicilia, in una Siracusa dall’atmosfera tesa in cui varie fazioni si contendono il controllo; ci sono infatti coloro che sono rimasti fedeli ai tiranni scomparsi, quelli che attendono fiduciosi uno straniero che metta fine al disordine – magari Alessandro che nel suo sogno ecumenico guarda ad oriente ma non disdegna l’occidente -, quelli che credono ancora nel sogno di Platone, mentre ovunque serpeggia l’anelito alla libertà insito nel popolo siciliano. È una terra assai difficile da capire, e se ne rende conto presto Aristotele, attirato con un tranello “per dare la caccia a una chimera sul dorso di un drago”, perché c’è qualcuno che vuole eliminare gli ultimi amici che hanno conosciuto e amato Platone e ancora ne diffondono le idee. Platone era stato tre volte in Sicilia tra il 388 e il 360 e aveva cercato di guidare i tiranni che vi si erano succeduti, suscitando in effetti molte ostilità. Il romanzo risulta infarcito di storia e filosofia e racconta la lotta tra la tirannide e l’aspirazione alla libertà, ma anche lo scontro tra due filosofie, la logica di Aristotele e il Mondo delle Idee del suo Maestro, sullo sfondo delle minacce cui la Sicilia è da sempre stata esposta per la sua strategica posizione di porta dell’Occidente, dalla costante minaccia cartaginese alla colta colonizzazione greca, alle ambizioni del grande condottiero macedone. Ma nonostante la piacevolezza di questi aspetti, raccontati con grazia e senza alcuna pedanteria didattica, nonostante la bellezza delle descrizioni di una Sicilia meravigliosa con le isole di Eolo, le rocce sul mare, il profumo inimitabile e la sua magnificenza il romanzo risulta fiacco, un po’ faticoso, appesantito nei dialoghi soprattutto da qualche ingenuità espressiva di troppo, così da risultare uno dei meno riusciti della serie. Non una lettura sgradevole certamente, adatta a qualche ora senza pretese in riva al mare.



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