Arrivederci amore, ciao

Arrivederci amore, ciao

Nome: Giorgio Pellegrini. Segni particolari: bastardo dentro. E un passato da dimenticare. Prima un breve e poco convinto trascorso nella lotta militante, poi un mandato di cattura per associazione sovversiva, che lo ha messo in fuga facendolo approdare fra i guerriglieri del Centro America. Lì non ha battuto ciglio quando gli hanno chiesto di giustiziare un amico diventato ingombrante. Dopo di che ha iniziato la sua vera carriera, tradendo e ricattando i compagni di un tempo, trafficando indifferentemente con la malavita e con i poliziotti venduti. Gli piacciono le donne mature, più difficili da sedurre e più facili da dominare, e vuole a tutti i costi rifarsi una vita in quella miniera d’oro che è il Nordest in piena esplosione economica, una terra di frontiera dove tutti possono costruirsi un futuro da vincenti. Per voltare pagina gli occorre una professione onorevole in attesa della riabilitazione, che gli ripulirà la facciata e gli toglierà la paura di venire fermato a ogni posto di blocco. Anche una moglie perbene può contribuire al restyling, e allo scopo c’è già pronta Roberta, tutta occhi dolci e sani principi, ansiosa di essere portata all’altare. Ma capita un imprevisto, uno dei tanti scheletri esce dall’armadio al momento meno opportuno. Roberta vede qualcosa che non dovrebbe vedere, fa domande che sarebbe stato meglio non fare. E allora, taglio netto (ma netto sul serio) e... “”arrivederci amore, ciao”...

La narrazione in prima persona, senza remore e senza rimpianti, mette a nudo l’anima nera di un farabutto autentico. Spregevole, corrotto al di là di ogni possibile redenzione: i dispregiativi si sprecano per definire questo Giorgio Pellegrini, a cui Alessio Boni ha prestato il viso da bello e dannato nel film di Michele Soavi. In lui però non c’è nessuna grandezza del male. Pellegrini non è Stavrogin né Raskolnikov, la sua cattiveria non è un cavillo filosofico o una magagna esistenziale, è dettata dal puro e semplice opportunismo sostenuto da una totale mancanza di scrupoli. Sempre dritto per la sua cattiva strada, Pellegrini ha dalla sua il talento di trovare gli agganci giusti per dissimularsi fra la gente rispettabile. Non si accontenta di passare il resto dei suoi giorni nello squallore dei locali di lap dance, delle puttane slovene e venezuelane, dei delinquenti rumeni, dei mafiosi kosovari e albanesi. Non vuole correre il pericolo di una rapina a mano armata una volta in più del necessario per arricchirsi. È un criminale della razza peggiore, quella che aspira alla rispettabilità e riesce a raggiungerla senza sforzo. Un camaleonte sbucato fuori da un’Italia da buttare, fatta di imprenditori venuti su dal niente, non si sa con quali soldi, di avvocati compiacenti e collusi, di un potere economico che invischia sempre più quello politico: quell’Italia che non è una finzione letteraria ma la realtà che abbiamo sotto agli occhi tutti i giorni e che Carlotto denuncia con maggiore efficacia di un trattato sociologico. Approfittandone per gettare una palata di terra sui nostri famigerati anni di piombo.



 

 

 

 
 
 
 

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