Assassinio a Prado del Rey

Assassinio a Prado del Rey
Lo hanno trovato assassinato negli studi della Televisión Española a Prado del Rey, col cranio schiacciato e un mazzetto di viole che gli spuntava dalla patta dei pantaloni. Arturo Araquistain era uno dei registi di maggior prestigio dell'emittente e sulla sua fine violenta con sberleffo floreale si avanzano molte ipotesi, dal delitto sessuale fino a quello politico, visto che era di origine basca (anche se l'ETA non ha mai avuto l'abitudine di usare i propri cadaveri come cache-pot). Ma non si escludono nemmeno trame di potere, complotti per screditare l'ente pubblico, vendette professionali di attori rifiutati, colleghi danneggiati, sceneggiatori a cui è stata deturpata o derubata la sceneggiatura. Pepe Carvalho indaga in una Madrid percorsa dalle note rock della movida, distorte da gruppi che hanno nomi improbabili come "Quella Schifosa di Tua Madre". Ne viene a galla una storia di malamore e malamorte, triste come altre tre vicende che il detective catalano affronta nella cornice abituale della sua Barcellona. Una colombiana con la bocca rapace di una pianta carnivora è freddata da un colpo di bisturi alla nuca in un locale esclusivo per parvenues gaudenti e cafoni. Una go-go girl di buona famiglia, che un sociologo-santone cercava di redimere dalle notti sudate a ballare (e sballare) sul cubo, è massacrata a botte e coltellate. Un tris di cadaveri fa la sua apparizione con la firma del segno di Zorro sul corpo: sono una cameriera in topless di uno scalcinato bar di periferia, un giornalista specializzato in pubblicazioni pornografiche e un professore di latino che faceva la fame in una stamberga del centro storico...
Bastano i protagonisti, ciascuno a suo modo miserevole, a dare la misura di questi fatti di sangue di ordinaria abiezione, a mettere a nudo la faccia patetica e derelitta del male. Carvalho è più disilluso del solito mentre rimesta nel fango di passioni e corruzioni, anche se porta a termine con il solito fiuto da segugio di razza le sue inchieste. Sarà che lo squallore, dei ricchi come dei poveri, mette malinconia. Ma alla fine, quando i colpevoli saltano fuori, diventa quasi difficile distinguerli dalle loro vittime, talmente sono impastati tutti quanti della stessa desolazione. Montalbán ci avverte fin dal sottotitolo (che non compare in copertina): queste sono storie sordide. Ma ci ricorda anche che il significato di sordido ormai sconfina da quello letterale, di "infimo, spregevole, ignobile". La sordidezza può scaturire dall'impossibilità, per chi ne è affetto, di essere in un’altra maniera. Colpisce con imparzialità, diventando una specie di minimo comun denominatore fra gli esponenti di qualsiasi ceto e posizione, che siano facoltosi o pezzenti, acculturati o incolti. Il sordido è come la livella di Totò, un parificatore che relega su un medesimo piano tutti quelli che ne portano il marchio nell’anima. Diventa la cifra di un mondo involgarito, omologato verso il basso, senza redenzione, senza riscatto, che Carvalho guarda con disincanto, lasciandosi sfuggire fra le righe un guizzo di indulgenza che non assolve, ma nemmeno crocifigge.

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