Atlas

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In una stanza d’albergo, reduce da un sogno vorticoso e con l’anima affollata da pensieri confusi, un uomo indugia davanti allo specchio appannato del bagno. Si cala nella vasca piena di acqua calda e chiude gli occhi, “per la prima volta dopo tanti anni”. È spaventato, persino l’addetto della reception se ne è accorto, infatti gli ha chiesto con aria pensosa: “Tutto bene?” quando lui è arrivato in hotel la sera precedente. È spaventato, sì: ma non sa bene perché. Di certo non alla prospettiva dell’intervento che deve fare stamattina al convegno su Shakespeare: è infatti considerato “il migliore traduttore in italiano del Bardo, lo studioso che più ha restituito le strutture profonde delle sue tragedie”. Per lui parlare ad un convegno è routine. Sulla strada per la sala convegni egli però prova una crescente sensazione di disagio, che somiglia molto all’angoscia: ogni persona che incontra gli pare il messaggero di un senso che gli sfugge. D’un tratto sente “una vampata calda che sale su per il collo veloce come uno sparo”, un malessere indefinibile, la vista che si annebbia. Ha persino paura di morire lì per la strada, invece piano piano si riprende. Arriva al convegno, la sala è affollata, lui saluta i colleghi e l’organizzatrice, ascolta la sua introduzione e a quel punto tocca a lui. L’uomo ringrazia tutti e cerca dentro di sé una battuta per sciogliere il ghiaccio, gli è sempre piaciuto iniziare i suoi discorsi con una battuta per mettere a suo agio il pubblico. Non gliene viene nessuna, non è dell’umore adatto, probabilmente. Così inizia a parlare come il tecnico che è. Approfondisce la scena seconda del terzo atto dell’Amleto, nella quale il principe è a colloquio con Rosencrantz e Guildenstern. Parla per un po’ in scioltezza, quando affronta Shakespeare del resto è come un pesce nell’acqua, poi il suo discorso “diventa meno lineare. Prende una lenta deriva”, di cui lui si rende conto ma che non riesce a fermare. Poi all’improvviso di nuovo la vampata, più violenta di prima. Diventa tutto buio, come “inghiottito da un telone nero”. Lo studioso si ritrova cieco e in stato confusionale…

Il breve romanzo d’esordio di Edoardo Chiti, professore di diritto amministrativo all’Università della Tuscia, ha guadagnato recentemente una enorme visibilità nell’ambiente letterario italiano perché proposto dal filosofo Sergio Givone per la prima selezione dei libri in corsa per il Premio Strega 2018. Atlas è stato successivamente eliminato dalla competizione, ma per Chiti e la Round Robin si è comunque trattato di un riconoscimento prestigioso. L’anonimo accademico protagonista, travolto da una serie di attacchi di cecità momentanea che ben presto diventano vere e proprie visioni – dalla natura eterogenea e dal sapore onirico – vorrebbe cercare le risposte ai suoi dubbi angosciosi nei libri, che non lo hanno mai tradito (ma ora sono tutti in fila davanti a lui “e per la prima volta formano un muro sordo”, tacciono), nella poesia di William Shakespeare che lui conosce così bene e alla quale ha dedicato la vita, cerca affannosamente di aggrapparsi a una normalità che non gli appartiene più, di rimanere in equilibrio su un pavimento che si è fatto d’improvviso scivoloso. Ma il romanzo di Chiti non è solo la cronaca di uno smarrimento: come sempre succede (o meglio dovrebbe sempre succedere) quando un sistema di certezze salta, il protagonista avvia un tentativo di ricostruzione e ridefinizione dei confini della sua esistenza, cerca di “reinstallare” il suo rapporto con lo spazio esteriore ma soprattutto con quello interiore. Ecco il senso del titolo: esiste per tutti un “atlante esistenziale”, mappe che ci attribuiscono delle coordinate, una posizione nel mondo, che danno ordine, che ci permettono di orientarci (il prezzo da pagare è che questo atlante crea inevitabilmente ed inesorabilmente anche confini e limiti). Ebbene, il protagonista comprende – nel suo viaggio quasi iniziatico – che forse ha “solo sostituito un atlante a un altro che non funzionava più”. Il senso di realtà a cui arriva (circolarmente e non troppo paradossalmente) passando per il buio, il sogno e la metafora è incarnato dalla sua famiglia, ma soprattutto dalla moglie, protagonista assoluta – nei panni di una “sciamana” al tempo stesso ostetrica e accabadora – della parte finale del libro, incalzante e drammatica. Lo stile di Chiti è elegante e formalmente impeccabile, forse un po’ cerebrale ed estetizzante, ma funzionale al tema e all’incedere di Atlas, che è romanzo di pensiero e non di azione.



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