Attraversare i muri

Attraversare i muri

La Jugoslavia comunista post-bellica è un luogo oscuro. “Più famiglie vivono nello stesso appartamento, in condomini privi di qualsiasi estetica. Una continua carenza di ogni cosa e grigiore ovunque”. È qui che nasce Marina Abramović, figlia di ex eroi di guerra diventati poi membri di rilievo di quel partito comunista che esprime come leader nel paese il maresciallo Tito. Marina cresce secondo una ferrea etica del lavoro, costretta a subire terribili punizioni fisiche per qualsiasi disobbedienza, sottostare a rigidi orari e vivere priva di quasi ogni libertà personale. Fin dalla prima infanzia si rende conto che un grande fuoco le ribolle dentro, quello dell’arte. Sua madre, per quanto inflessibile, comprende la sua passione e la incoraggia a intraprendere questo percorso. Nella sua stanza quasi vuota, caratterizzata da un freddo ordine sovietico, campeggiano solo un cavalletto e i suoi primi quadri. La sua è un’adolescenza infelice, dentro un corpo che vede come goffo e deforme – la “Giraffa”, la chiamano i compagni. Le continue litigate tra suo padre e sua madre non rendono certo la sua vita più semplice. Nella sera del loro diciottesimo anniversario, dopo una festa, arriva l’ennesima discussione terribile e suo padre, subito dopo, decide di andarsene per sempre di casa. Marina ha diciassette anni. In quel periodo progetta di iscriversi all’accademia di Belle arti di Belgrado. Qui l’universo che la circonda assume finalmente nuovi contorni. Nonostante la granitica disciplina imposta dalla madre riesce a avere le sue frequentazioni, tra cui quella con colui che diventerà il suo primo marito, Nesa, un collega dell’Accademia. Sono anni di impegno politico, di fermento, l’obiettivo è “fare entrare nell’arte la vita stessa”. Marina fa anche le sue prime esperienze fuori casa, a Zagabria, poi in altre città d’Europa. Un incarico di insegnante la riporta a Belgrado e neanche il matrimonio con Nesa la rende più libera. Il senso di soffocamento che percepisce sotto il giogo di sua madre e del regime comunista è profondo. Da un punto di vista artistico però sente l’impulso a sperimentare finalmente forme e mezzi diversi, mettendo la sua stessa persona al centro delle opere che produce. La sua prima performance arriva all’inizio degli anni ’70 e ha luogo a Edimburgo. Si chiama Rhythm 10 e vede l’artista con una mano aperta sul tavolo e un coltello nell’altra mano, per colpire rapidamente gli spazi tra le cinque dita cercando di non ferirsi. Se ci si colpisce si beve, più si beve più si rischia di colpirsi. “Avevo fatto esperienza di una libertà assoluta; avevo sentito che il mio corpo era senza limiti e senza confini; che il dolore non aveva importanza, nulla ne aveva. Ed era inebriante. Ero ubriaca dell’energia soggiogante che avevo ricevuto. Fu in quel momento che seppi di avere trovato il mio medium. Nessun dipinto, nessun oggetto che potessi creare mi aveva dato quella sensazione; e sapevo che sarei tornata a cercarla, non una ma mille volte”. Seguiranno altre performance e in Europa si comincia a parlare di una “giovane e temeraria artista di Belgrado”…

“Per Marina Abramović non c'è differenza tra arte e vita; l'arte è un sogno finché dura, una presenza assoluta nel vuoto”. Le parole sono quelle dello scrittore argentino Alejandro Jodorowsky e testimoniano con forza il rapporto indissolubile tra opera e vissuto che rende unica la figura di Marina Abramović nel panorama dell’arte contemporanea, specialmente nella body art e nella performance art, settori che ha cambiato e innovato radicalmente. Una figura sicuramente dissacrante e complicata che questa biografia consente di approfondire in ogni suo aspetto, personale e artistico. L’infanzia e la giovinezza “titina”, rigide e ferree, la forgiano donandole la voglia costante di mettersi alla prova e un coraggio senza pari. Ciò che le consente di fare del suo corpo uno strumento di ricerca artistica, portandolo fino all’estremo della sofferenza fisica o psicologica. Rhythm 10 è infatti solo l’inizio di una serie di performance in cui è lei stessa in primo piano, perlopiù in condizioni difficilissime. La prima che realizza in Italia è Rhythm 4, alla galleria Diagramma, in cui sta nuda accovacciata davanti a un grande ventilatore industriale, ingoiando l’enorme flusso d’aria che ne esce, mentre una videocamera riprende le sue immagini e le proietta in una stanza adiacente. Uno sforzo terribile, tant’è che finisce per svenire. Ma è questo costante voler oltrepassare il limite la cifra stilistica di tutta la sua opera, che si può apprezzare o detestare, che fa discutere ma che non può lasciare indifferenti. È sicuramente l’incontro con l’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen, detto Ulay, a determinare una svolta nella sua vita personale e professionale. Quello tra i due diventa un connubio artistico profondissimo che li vede protagonisti di tantissime performance insieme, a partire da Relation in Space, a Venezia con i loro corpi nudi che si incontrano e si scontrano. Una relazione complicata e intensa durata dodici anni, un sentimento fortissimo caratterizzato anche da tante incomprensioni: nel libro si scopre una Marina autentica, ingenua e ferita dai tradimenti di lui, tremendamente umana. C’è un frammento molto toccante nel documentario The artist is present, che racconta la performance omonima svolta da Marina al Moma di New York del 2010, tre mesi seduta su una sedia senza braccioli, praticamente immobile per 7 ore al giorno, guardando negli occhi chi le si metteva di fronte. È quello in cui a davanti a lei arriva Ulay e Marina, vedendolo, si emoziona talmente tanto da scoppiare in lacrime: sono immagini forti e commoventi. Ma solo pochi giorni dopo Ulay le fa causa per i diritti sui loro lavori. Questo per comprendere le tante contraddizioni della loro storia. Leggendo il libro riscopriamo tutti questi dettagli, sicuramente conosciutissimi vista la fama acquisita negli anni da Marina e dalla coppia, percorrendoli però dal punto di vista speciale di lei, guardando le cose con gli occhi di quella che è ovviamente una grande artista ma prima di tutto una donna, con il suo vissuto e le sue vicissitudini. La storia con Ulay, senza dubbio fondamentale, è solo una parte di una vita intensa e di una carriera artistica fuori dal comune. Pagina dopo pagina si possono approfondire i numerosi incontri di Marina, i suoi viaggi, i traslochi, la perdita dei familiari, un altro amore, quello con Paolo, e poi il Leone d’Oro per Balkan Baroque, il “metodo Abramović”, che condensa un percorso artistico variegato e complesso. L’auspicio che si fa Marina, pubblicando questa biografia, è questo: “spero che questo libro sia di ispirazione e insegni a tutti che non esistono ostacoli insuperabili se si ha forza di volontà e se si ama ciò che si fa”.



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