Autobiografia di mio padre

Autobiografia di mio padre
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Serio, riservato, lettore e viaggiatore avido, Simkha Apatchevsky, o Opatchevsy, era nato, nella parte meridionale della Russia, agli inizi del Novecento. Il padre, commerciante di grano ed ebreo praticante, rimasto presto vedovo si era spostato con la nuova moglie e i due figli a Tirasapol, un piccolo centro dove aveva fatto fortuna e dove il piccolo Simka aveva iniziato a frequentare la scuola ebraica. Era stato lì e da quel momento che aveva incominciato a farsi largo nel ragazzo l’idea di diventare, un giorno, rabbino, ma non un rabbino officiante, piuttosto un uomo di studi. Per realizzare quel sogno, però, Tirasapol non era certo il luogo adatto, e quindi poco più tardi si era trasferito a Odessa – la grande città della Rivoluzione, nella quale si concentrava il meglio della gioventù giudaica –, consapevole che presto l’avrebbe abbandonata per la Francia, che, prima della Grande Guerra, godeva di un prestigio culturale immenso. Era approdato, quindi, a Nancy, città accogliente verso gli stranieri come lui, dove aveva potuto contare sull’aiuto di un filantropo, che lo aveva introdotto presso l’istituto di chimica, quindi esortato a partire per Bordeaux. Lì, un amico lo avrebbe fatto accedere alla facoltà di medicina, sebbene l’anno accademico fosse già iniziato. Era il 1914, aveva quasi diciannove anni e la guerra era nell’aria. E, infatti, poco dopo era scoppiata fragorosamente, portandosi appresso macerie, povertà e la terribile epidemia di spagnola, che aveva rappresentato, per Simkha, il primo, vero banco di prova delle proprie competenze mediche…

No, non è una svista, quella di Pierre Pachet è proprio una “autobiografia” del padre, Simkha Apatchevsky (o Opatchevksy), non una biografia. L’evidente e anomalo ossimoro prende corpo e vita nel libro dopo un breve prologo/antefatto, in cui l’autore spiega il perché di un progetto ambizioso come il suo, cioè quello di mettersi non solo nei panni, ma nella testa del proprio padre. Pachet ha voluto unire, in un’unica opera, due fondamentali lasciti del genitore, mancato vent’anni prima: la sua voce, che non ha mai smesso di risuonargli in testa; e il suo costante invito a coltivare una vita interiore. Autobiografia di mio padre è dunque il racconto, in prima persona, della vita di Simkha, dove, in realtà, a pensare e scrivere è Pierre, ma come se fosse Simkha. Che poi, il tutto è molto più facile a leggersi che a raccontarsi, data la prosa avvolgente dell’autore, punteggiata di riflessioni sul vivere e sul convivere che, a mano a mano, diventano sempre più predominanti. La seconda parte dell’opera, infatti, abbandonate le note strettamente biografiche, caratteristiche della prima metà – spostamenti tra Russia, Inghilterra e lungo la Francia occupata –, si presenta come il diario di un uomo maturo, consapevole del proprio invecchiamento. Una condizione che la maestria di Pachet restituisce non solo attraverso la profondità delle riflessioni, ma con uno scrivere fitto di “non mi ricordo” e di discorsi lasciati in sospeso, specchio della progressiva perdita della memoria dell’anziano Simkha-Pierre, che, in un passaggio particolarmente doloroso, arriva ad ammettere: “l’abitudine di annotare non mi avrebbe più aiutato, e così di lì a poco vi rinunciai, perduto ormai il mio ultimo lettore possibile, me stesso”. C’è un elemento, che, sin dall’inizio della lettura, risulta dissonante e che, per molte pagine, fa rimanere nel dubbio che ciò che si ha tra le mani sia, in realtà, tutta opera di finzione: il fatto che, sebbene si tratti di un padre e di un figlio, Simkha e Pierre portino cognomi diversi o, per lo meno parzialmente diversi. Ma una spiegazione c’è, ed è racchiusa nella Storia e in quella Parigi occupata e nazificata, dove Simkha viveva e dove suo figlio era nato. Nell’appassionata e corposa postfazione del libro – prima opera tradotta in Italia di Pierre Pachet, scrittore, professore universitario, critico letterario, traduttore e giornalista –, Lisa Ginzburg definisce Autobiografia di mio padre “folgorante”. Non si può che essere d’accordo.



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