Averroè o il segretario del diavolo

“Sono giunto come l’acqua, partirò come il vento”. Averroè si trova a Marrakesh, è il 1198 e lui ha ben settantadue anni. Questo è il nome con cui lo chiamano i latini, mentre gli ebrei usano Ibn Roshd e gli arabi lo chiamano Abu al-Walid Mohammad Ibn Ahmad Ibn Roshd. Mentre scrive le proprie memorie regnano gli Almohadi e deve mantenere un basso profilo. La sua speranza è che gli scritti che lascia al figlio Jehad vengano poi affidati a colui verso cui nutre una grande stima: Ibn al-‘Arabī, il mistico conosciuto quando era ragazzo. Averroè scrive per contrastare l’intolleranza con la speranza di diffondere il vero Corano, non quello che i teologi di Allah travisano e impongono. Ormai gli oscurantisti minacciano la comunità musulmana e opporsi ai loro precetti è un rischio. Il pensiero di Aristotele, suo ispiratore, lo sostiene, è consapevole che le sue parole lo faranno odiare a lungo: “L’ignoranza conduce alla paura e la paura conduce all’odio”. Lascia fluire dal suo cuore il grande amore per Cordova, la sua città natale, la città dalle settanta biblioteche, un polo in fermento, multiculturale, un ponte tra Occidente e Oriente, messo a rischio dagli unitaristi che impongono la loro dottrina e si domanda “dove andrà la mia anima, quell’anima sulla quale tanto ho scritto?”. È dal 1106 che pace e tolleranza sono a rischio, da quando si sono diffuse le idee di Ibn Tumart e del suo successore al-Mu’min. Il razionalismo è bandito a favore di precetti aridi e insensati, il confronto delle idee non è tollerato e molti libri vengono distrutti. Il carcere o peggio la morte attendono chi trasgredisce. La mente vaga nel passato, recupera ricordi lontani, tra gli studi di giurisprudenza e medicina, la passiona per la saggia Lobna e la tenerezza per la moglie Sara. Su tutto la scintilla della ragione e l’amore per la filosofia…

Nato a Cordova nel 1126 e morto a Marrakesh nel 1198, Averroè, giurista, medico, filosofo, è uno dei sapienti più conosciuti, fraintesi e soggetti a manipolazioni del Medioevo. In conflitto con la visione ortodossa dell’islam ha sempre fatto della ragione il punto di partenza per raggiungere la verità e spiegare la religione. I suoi commentari alle opere di Aristotele, in particolare al trattato Sull’anima, hanno scosso mente e cuore negli eruditi delle epoche successive. Tommaso d’Aquino, Dante Alighieri, Petrarca non sono rimasti indifferenti, nel bene e nel male, alle parole del filosofo. In questo romanzo Gilbert Sinoué fa ripercorrere all’io narrante di Averroè i momenti salienti della sua esistenza, i turbamenti interiori, gli incontri significativi con maestri e detrattori, i conflitti col padre, il desiderio di diffondere la verità e la misura con cui era costretto a scegliere le parole per non attirare l’odio degli ignoranti. Tra le pagine aleggiano i grandi interrogativi dell’uomo su Dio e l’anima. Sinoué è nato al Cairo, ma ha portato avanti i suoi studi a Parigi. Musicista e paroliere ha collaborato con celebri artisti (Dalida, Marie Laforêt) per poi dedicarsi alla scrittura e i suoi numerosi romanzi sono stati pubblicati anche in Italia a partire dagli anni novanta grazie all’editore Neri Pozza. Celebri i romanzi storici Il libro di zaffiro e La regina crocifissa, esempio della perizia di Sinoué nella ricerca e della sua capacità di ricostruire lo spirito di uomini e donne del passato che hanno influenzato l’umanità. Romanziere, saggista e biografo è ad Averroé che ha dedicato il suo ultimo lavoro letterario, promotore di un Islam illuminato e considerato “l’ultimo grande pensatore dell’Islam dei Lumi”, poiché non bisogna dimenticare che “la morte non è la fine del pensiero, è solo la fine dell’uomo”.

 


 

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