Baba Jaga ha fatto l’uovo

Baba Jaga ha fatto l’uovo
Una scrittrice si reca a Zagabria per far visita a sua madre. Non vivono più insieme da molto tempo ma da quando la mamma si è ammalata di cancro e di demenza senile, le visite della figlia si sono fatte più assidue. Negli ultimi tre anni, l’ipotetica biografia della madre si è “ridotta a una pila di fogli di dimissione dell’ospedale, referti medici, letture radiologiche, e al suo album di risonanze magnetiche e TAC”. Il suo quotidiano è fatto di meticolose azioni di routine ripetute fino al parossismo, e anche il suo eloquio si limita ormai alla ripetizione degli stessi ricordi, pronunciati attraverso un uso enfatico di luoghi comuni, poiché “i luoghi comuni le davano la sensazione che tutto fosse in ordine, che il mondo fosse esattamente al suo posto, che lei tenesse ancora le cose sotto controllo, che avesse il potere di decidere”. In realtà il suo unico potere di decisione riguarda la struttura delle sue giornate in attesa della fine, di una fine che da un lato le sembra ineluttabile e dall’altro da respingere con tutte le sue forze, ad esempio indossando vestiti sgargianti (perché il nero appartiene al “mondo dei morti”) o passandosi, sempre meticolosamente, uno strato di rossetto sulle labbra, segno di appartenenza al “mondo dei vivi”. La donna incolpa il destino ingiusto che l’ha “condannata a passare da sola la sua vecchiaia”, alimentando così sensi di colpa nella figlia, la quale non riesce a sottrarsi alle sue richieste e ai suoi desideri. Tra questi, il desiderio più lancinante della donna è quello di rivedere i posti della sua giovinezza, un rimpianto talmente doloroso che la spinge a chiedere alla figlia di recarsi in quei luoghi per fare delle foto. La scrittrice-figlia inizia così il suo viaggio in Bulgaria, verso la memoria di sua madre, e lo fa accompagnata da Aba, una misteriosa ricercatrice di folklore (e sua accanita fan) che aveva precedentemente stretto amicizia con sua madre. Il paese è ovviamente cambiato e sarà poi quasi irriconoscibile per la madre. È un posto simbolicamente “brutto ma non del tutto privo di fascino. Il fascino stava infatti nella sensazione di totale abbandono che trapelava da ogni parte”…
Il collegamento tra la decadenza dei luoghi e il decadimento fisico della vecchiaia, a prima vista un tema scontato e già ampiamente trattato in letteratura, è in realtà espresso dalla voce narrante (quella della figlia scrittrice) con una leggerezza calviniana che lo rende a tratti originale e denso di poesia. La vecchiaia è dura e allo stesso tempo fervida di stimoli: è nella vecchiaia che la figlia osserva la radicalizzazione dei difetti della madre ma anche l’esplosione dei suoi tratti più infantili e leggiadri, e arriva a comprenderne il vero carattere, in una sorta di epifania rivelatrice che è sia estasiante sia estremamente dolorosa. Invecchiare non è “roba per femminucce”, come afferma il personaggio della figlia citando le parole di Bette Davis (“old age is no place for sissies”), e proprio l’invecchiamento è il tema principale dell’indagine di  Dubravka Ugrešic, un tema che l’autrice connette al mito sfaccettato di Baba Jaga, una vecchia strega molto popolare nei paese dell’est europeo. Baba Jaga vive in una capanna piantata su due zampe di gallina e circondata da teschi umani, ha una gamba d’osso, vola su un mortaio e, in alcune versioni del mito, mangia i bambini. Considerando le innumerevoli variazioni del mito, tutte comunque incentrate su una figura femminile vecchia e avvizzita, la scrittrice croata crea un campionario di figure femminili che ne incarnano alcune caratteristiche. Il romanzo è diviso in tre sezioni distinte e apparentemente sconnesse, e solo alla fine il lettore riesce a tirare le fila e a ricomporre tutti i tasselli di una pregevole narrazione a mosaico. Dopo la prima storia, quella sul rapporto tra madre e figlia, l’esilio e il ritorno in patria, il secondo capitolo narra le vicende sconclusionate e a tratti grottesche di tre donne, Beba, Pupa and Kukla, le quali si recano in vacanza in una centro termale. Si divertono molto e attirano l’attenzione degli altri turisti e di coloro i quali lavorano nella struttura. Durante i vari episodi, spesso ironici ma di un’ironia che cela sempre il suo risvolto tragico, la voce narrante ricorda le loro vite passate, i dolori e i rimpianti che hanno segnato gli snodi temporali delle loro esistenze e che, nel testo, diventano digressioni narrative che scandiscono i raccordi e la struttura non-cronologica della storia. Nella terza parte, infine, la stessa ricercatrice Aba presente della prima storia fornisce una consulenza sul mito di Baba Jaga a un editore che deve decidere se pubblicare o meno un romanzo sul tema. L’ultima sezione del libro è infatti scritta con un rigoroso ma accessibile stile accademico che permette al lettore di entrare nel mondo affascinante dei miti e del folklore dell’est. Attraverso il romanzo di Dubravka Ugrešic si riesce infatti a penetrare, attraverso varie angolazioni, dentro una cultura che il pubblico italiano conosce ancora poco. Allo stesso tempo, il romanzo sembra staccarsi completamente da tali connotazioni storico-geografiche e affrontare invece un tema, quello della vecchiaia, che appare come universale e sovrastorico. Lo stile ironico e allo stesso tempo serissimo, le immagini grottesche intrecciate mirabilmente a quelle poetiche, e infine la commistione continua di narrazione, metanarrazione, folkore fiabesco e racconto realista rendono il romanzo estremamente originale e dotato di una rara e leggerissima profondità di sentimento. 

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