Baci da 100 dollari

Baci da 100 dollari
Non chiedetemi come, ma George è riuscito a inventare un frigorifero robot parlante e dalle suadenti fattezze femminili, con il quale gira gli Stati Uniti per promuovere gli elettrodomestici dell’azienda per la quale lavora. George, che è un genio dell’elettronica, ha rinunciato al suo talento per fare il piazzista e vivere in simbiosi con la sua Jenny (questo il nome del frigo), finche un giorno riceve la notizia che la sua ex moglie Nancy, che non vede da anni e che sta morendo, desidererebbe rivederlo. Nancy è la donna che, con il suo viso e la sua voce, ha fatto da modella per il robot, Nancy è l’amore dimenticato, invecchiato e stanco con il quale George dovrà inevitabilmente fare i conti… Henry invece lavora per la Compagnia Mutua Incidenti e Indennità Eagle dell’Ohio e sta subendo un interrogatorio per avere aggredito un suo collega d’ufficio. Seguire il dialogo fra lui e il detective è molto interessante perché si scoprirà che il diverbio è scaturito da una telefonata fatta dal custode dell’edificio a una pin-up che troneggiava semi nuda sul paginone centrale di una rivista maschile. C’era una scommessa in corso: il custode sosteneva di essere l’ex marito dell’attricetta… beh, aveva ragione, alla fine, ma quella donna avrebbero fatto meglio a non chiamarla… Earl Harrison è un indefesso lavoratore, uno che possiede un impero nel settore delle costruzioni stradali e che non si mette mai in giacca e cravatta ma lavora in tuta insieme ai suoi operai. Nonostante la cospicua ricchezza conduce una vita assolutamente normale, in una casa normale, assieme alla sua giovane moglie. Solo una passione lo assorbe totalmente nel tempo libero: il gigantesco plastico con i trenini elettrici. Ci penserà sua mamma in visita a fargli capire dopo vari tentativi, in un modo definitivamente distruttivo, che quell’hobby sta rischiando di mandare a monte il suo matrimonio…
Ecco uno di quei casi in cui dovete assolutamente fregarvene della sinossi e fiondarvi sul libro. Baci da 100 dollari è una raccolta fatta di short stories congegnate con un meccanismo perfetto, a trappola per topi, come ricorda nella prefazione Dave Eggers, trappola dalla quale il lettore è ben lieto di farsi catturare. Questi racconti, misteriosamente, erano rimasti inediti fino ad ora e sono lavori che Kurt Vonnegut jr. ha scritto all’inizio della sua carriera quando, come vuole la migliore tradizione, cercava di guadagnare qualche soldo scrivendo per varie riviste. I grandi romanzi di questo straordinario autore americano scomparso nel 2007, sarebbero arrivati negli anni a venire ma già in queste prime prove emerge innegabile tutto il suo talento. Pur nelle poche pagine in cui si sviluppano le storie, Vonnegut riesce a tratteggiare efficacemente i personaggi e a centrare subito il tema che verrà sviluppato. Amarezza e ironia, unitamente a un chiaro intento morale, fanno da filo conduttore a questi racconti. Attenzione, però, è una “morale” raccontata da uno di cui ci si può fidare, una specie di Mark Twain in versione hippy. Ancora Eggers nella prefazione: “Quando hai combattuto nella Seconda guerra mondiale, sei sopravvissuto a Dresda, hai mantenuto la tua famiglia e hai adottato i quattro bambini orfani di tua sorella (dopo che lei e suo marito sono morti a pochi giorni di distanza l’una dall’altro), allora disponi di un po’ di credito nella banca dell’autorità morale”. E anche di infinito talento letterario, aggiungiamo noi.

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