The backgammon player

The backgammon player

Un trionfo di bianco, totale, senza interruzioni, riesce a eliminare dalla vista i contorni alla stanza. Tutto diventa uniforme. Niente muri, o soffitti, o pavimenti. Solo una donna, ugualmente vestita di bianco, con un abito monospalla, seduta su uno sgabello di legno bianco, davanti a un’asse dello stesso colore, sospesa nel bianco, con sopra una macchina da cucire (o è forse un telaio?) di quelle che apparentemente sembrano antiche, ma qualche dubbio c’è. Perché è ugualmente bianca. Uguale a tutto il resto. Ah, nella stanza c’è anche un uomo che parla con la donna in bianco, ma non ha né corpo né nome e solo convenzionalmente può essere chiamato “No”. La signora in bianco, invece, si chiama Cloto. Ed è anche piuttosto bella, tanto che No è attratto da lei, la trova molto sexy. Iper-reale? Sì, forse tutto questo lo è un po’ ed è anche di una perfezione estrema. Sarà per tutto questo bianco. Una specie di “White hole”, buco bianco, da contrapporre a quello nero, ovvero il “Black hole”. E se in quest’ultimo le cose si perdono, spariscono, in quello bianco, invece, avviene tutto il contrario e cioè le cose appaiono. Il compito di Cloto non è semplice, ma ormai l’ha già fatto miliardi di volte, anzi, per la precisione centosei miliardi e un po’, se i calcoli del demografo Carl Haub sono giusti e Cloto li ha visti tutti nascere, crescere e morire. Prepara la loro tela e la tesse secondo le richieste, perché trama e ordito della filatura dipendono dal nascituro. E chi non sa cosa chiedere riceve un tessuto standard, più o meno uguale per tutti, se non per il colore dell’auto, quello della pelle o la destinazione per le vacanze...

Creazione 2.0, verrebbe da dire, considerato il lavoro delle Parche (qui Cloto che tesse le vite, Lachesi che misura la lunghezza dei fili e Atropo che taglia il filo e decide la morte) e la tecnologia che hanno a disposizione per guardare il mondo e organizzare le vite degli uomini. Curioso il fatto che anche loro possano andare “a simpatia”, come gli umani, riservando aiuti e dispetti, a seconda del destinatario... Soprattutto, leggendo, proviamo a interrogarci, nel momento stesso in cui si tenta di mettersi nei panni di No (che poi diventerà Federico) per capire se anche noi, messi in quella identica situazione, saremmo in grado di prendere la decisione giusta per il nostro futuro, facendo anche scelte impegnative a priori. Certo che non mancano le sorprese e soprattutto le suggestioni, mentre tutto gira intorno al gioco del Backgammon, ai suoi due giocatori, alle sue ventiquattro punte, suddivise in quattro quadranti, le trenta pedine (quindici per ogni colore). Complicato anche solo pensare come questo, definito come il “gioco più antico del mondo”, possa essere d’aiuto nella vita, anche se è vero che nei protagonisti del romanzo suscita reazioni che ci fanno pensare. Soprattutto sull’umanità, quella che “si scanna per una stellina sul bavero della giacca, per una pedina, per trenta denari”, che si massacra “per una donna, un dio, una poltrona, una fetta di torta”, quella che si ingozza e vomita mentre guarda distaccata la gente che muore di fame davanti ai propri occhi, tutti “pazzi, contenti, tristi”. Ma forse è proprio vero che osservando queste assurdità si acquista saggezza, perché l’invito a riflettere è davvero forte.



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