Bakhita

Bakhita
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1869: forse è quello l’anno della sua nascita, nelle terre aride del Sudan. Non esistono documenti per certificarlo. Forse ha cinque anni la prima volta che succede, quando i razziatori di schiavi mettono a fuoco il villaggio di Olgossa e sua sorella Kishmet viene portata via. Passano solo due anni poi tocca a lei. Ricorda i due uomini che la rapiscono, il senso di colpa per non avere obbedito alla mamma, per non essere stata attenta. Come si chiamava la mamma? Non lo ricorda, non ricorda il proprio nome, né quello del papà, nemmeno quello della sua gemella. Quando è stata rapita e ha tentato la fuga con lei c’era un’altra bimba, Binah. Ricorda la stretta della sua mano, ma forse era solo l’immaginazione, un’allucinazione dovuta agli abusi, una speranza di conforto. Il lungo viaggio attraverso il deserto, i padroni che la vendono, gli stupri, la frusta, la permanenza a El Obeid, poi Khartum. I bimbi mutilati, evirati, la fame e la sete sempre presenti, la sopportazione, l’abitudine a tenere gli occhi bassi, a prostrarsi. Il dolore cronico, il limbo tra la vita e la morte dopo la scarificazione, quando il suo corpo di tredicenne viene ulteriormente violato per mezzo di una pratica atroce. Il tempo e il dolore rubano i ricordi. Ora è Bakhita il suo nome, un nome da schiava, la percezione delle distanze e degli spazi non ha valore. La guerra muta gli equilibri e lei viene venduta di nuovo. È un italiano quello che la compra, il console Calisto Legnani, la regalerà a una coppia di amici e sarà in Veneto che vivrà, presso i padroni Michieli. Anni di rinunce e angoscia si susseguono fino al giorno memorabile, tra le braccia di Madre Fabretti dell’ordine delle Canossiane, che risponde al suo grido d’aiuto contro il potere dei Michieli. È il 29 novembre 1889, il gelo a Venezia è intenso, il procuratore del re pronuncia la frase: “Dichiaro libera la Moretta”…

Vincitore al Prix du Roman Fnac 2017 e candidato a un gran numero di premi letterari, il romanzo racconta la vita di una bimba nata a Olgossa, schiavizzata in Sudan e liberata in Italia in seguito a un difficile processo che ha visto contrapposte le suore dell’Ordine canossiamo alla potente famiglia Michieli. La bimba sconosciuta una volta diventata donna ha preso i voti e il suo nome, Giuseppina Margherita Bakhita, ha lasciato il segno. Muore a Schio l’8 febbraio 1947, il 17 maggio 1992 papa Giovanni Paolo II ne decreta la beatificazione e il 1 ottobre 2000 la canonizzazione. Il manoscritto a cui il romanzo è ispirato, è l’autobiografia della Santa e viene custodito negli archivi della Curia delle canossiane a Roma. Il testo raccoglie le sue confidenze e i dettagli della “storia meravigliosa” che la porta alla conversione. Disposta a perdonare i suoi aguzzini, grata per la svolta che ha avuto la sua esistenza, si è sempre data da fare per gli orfani. La ricostruzione della tratta degli schiavi nell’Africa di fine ottocento è dettagliata, le barbarie ordinarie e la quantità di morti, gli harem, le mutilazioni, ogni elemento lascia il segno. È evidenziata l’ipocrisia di certa aristocrazia italiana e la strumentalizzazione a fini religiosi e propagandistici di Bakhita, obbligata a mettere in mostra gli aspetti più intimi della sua storia per raccogliere fondi o conversioni. E forse Bakhita non è mai stata realmente libera, se non nella sua personale comunicazione con “El Parón”. Véronique Olmi è riuscita a dare uno spessore psicologico e una voce commovente a questa incredibile donna. L’ambiguità dell’animo umano e le contraddizioni nel perseguire il bene. La Olmi ha alle spalle una importante carriera. Numerosi i romanzi, le novelle, le sceneggiature e le opere teatrali. Tra i libri più noti: In riva al mare, vincitore del Prix Alain Fournier, La pioggia non spegne il desiderio e l’opera teatrale Mathilde.



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