Balene bianche

Balene bianche
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L’aria è intrisa di crudeltà durante la notte di San Patrizio e per la squadra di detective che sorveglia le aree più pericolose di Manhattan tra l’una e le otto del mattino questo è il momento peggiore di ogni singolo anno. Billy Graves però pensa che forse questa volta l’ha scampata: c’è stata solo una rissa violenta tra due bande rivali che si provocavano su Facebook da oltre una settimana e la chiamata di Horace Woody, che ha denunciato il furto della medaglia d’argento vinta alle Olimpiadi del 72’. Quando Graves è arrivato in quella specie di discarica a dodici piani dove si è ridotto a vivere l’ex-atleta, l’avevano già trovato: grande come un piattino da caffè, il cimelio stava nel cesto della biancheria sporca. È solo l’ennesima storia triste della Grande Mela, qui non si contano le persone dimenticate o le esistenze lasciate appassire e non importa nemmeno se in passato quelle vite splendevano. Poi verso le quattro del mattino Graves riceve una telefonata: “Credevi di averla fatta franca, eh? Buona festa di San Patrizio.” A Penn Station c’è stato un omicidio e un mare di sangue e c’è un ragazzo che pare accartocciato su un fianco. Quel che è peggio è che Graves lo riconosce subito: è Jeffrey Bannion. Anni prima era sospettato di aver ucciso un dodicenne trovato sotto un materasso in una casa su un albero. La sua storia è legata a uno dei periodi più bui della vita di Graves e forse è anche la ragione per la quale lui è entrato a far parte delle “Balene bianche”, il gruppo di poliziotti che si occupa di chi ha commesso delitti osceni ma è riuscito a sfuggire alla giustizia...

Sulla copertina della versione americana di Balene bianche, proprio sotto il titolo, figura la curiosa dicitura “Richard Price writing as Harry Brandt” ed è la prima volta che uno scrittore indica tra gli autori sia se stesso che un suo alter ego: “Quando ho cominciato questo romanzo” racconta Price AKA Brandt, “pensavo sarebbe stato diverso dagli altri e volevo segnalarlo, ma poi mi sono accorto che si trattava soltanto di un altro dannato libro scritto da me ed era troppo tardi per cancellare lo pseudonimo”. Infatti questa è un’altra storia di poliziotti e di crimini commessi tra New York e New Jersey, come già lo era il romanzo d’esordio Clockers (dal quale è stato poi tratto il film di Spike Lee) o La vita facile. Eppure c’è anche qualcosa in più: tanto per cominciare oltre alla vicenda principale c’è quella fitta e complessa di Carmen, la moglie di Billy Graves, inseguita da un angosciante stalker malato di vendetta e poi ai dialoghi vividi, agli interrogatori crudeli e insistenti come un martello pneumatico (Joyce Carol Oates ha detto che Price ha il dono per il dialogo) si alternano flashback introspettivi sulla vita del protagonista e su un passo falso da lui compiuto all’inizio della carriera. Al di là di tutto questo s’aggira una presenza mastodontica, invisibile eppure sempre percepibile e non si può far altro che chiedersi, pagina dopo pagina, se questo Achab in uniforme che è Billy Graves ce la farà a catturare la sua Moby Dick. E il finale non è scontato.



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