Ballata senza nome

Ballata senza nome

28 ottobre 1921, Basilica di Aquileia: Maria Bergamas è seduta alla destra dell’altare assieme ad altre madri e vedove di guerra. Davanti a lei ci sono numerose autorità, sia militari che civili. Deve scegliere una salma, tra undici, che verrà sepolta all’Altare della Patria al Vittoriano, sebbene inizialmente sia stato proposto il Pantheon. L’idea di rendere onore al Milite Ignoto è stata partorita un anno prima dal colonnello d'aviazione Giulio Douhet: voleva che i soldati italiani dispersi e caduti in guerra – rappresentati appunto dal Milite Ignoto – ricevessero il giusto omaggio per i loro eroismi e il loro sacrificio. Dall’idea si era poi passati alla legge, approvata l’11 giugno del 1921. Maria ha cinquantaquattro anni ed è nata a Gradisca d’Isonzo, città sotto l’Impero Austro-Ungarico (fino al 6 dicembre 1921). È stata scelta perché madre di Antonio Bergamas, disertore dell’esercito austriaco arruolatosi volontario in quello italiano: è morto nel giugno 1916 sul Monte Cimone ed il suo corpo non è mai stato ritrovato. Scortata da due decorati di medaglia d’oro, Maria raggiunge i feretri e ad un cenno, comincia a passare davanti alle bare per sceglierne una e, contemporaneamente, ascolta le loro storie...

In realtà, in quel lontano 28 ottobre 1921, Maria Bergamas non “ascoltò” proprio tutte le storie: non riuscì a completare la ricognizione dei soldati, si accasciò dinanzi alla decima bara e dunque su di essa ricadde la scelta, sebbene inizialmente, secondo la testimonianza della figlia Anna, fosse persuasa di scegliere l’ottava o la nona, numeri che le ricordavano la nascita e la morte del figlio. In Ballata senza nome tuttavia di come siano andate realmente le cose poco importa: questo non perché vi sia un peccato di pressappochismo, ma perché l’obiettivo dichiarato di questo romanzo è ridare un nome, quantomeno letterario, a chi l’ha perso, assieme alla vita, durante la Prima Guerra Mondiale. Allora ecco che le undici salme acquistano un’identità e dialogano con Maria Bergamas, le raccontano “il loro mondo, le loro aspettative, il loro dolore, parlando anche della loro morte”. Ad aprire ogni capitolo, ogni dialogo, ci sono delle strofe, molte prese da canzoni dello stesso Bubola – per chi non lo sapesse, cantautore in proprio e autore di canzoni celeberrime in Italia, per esempio Il cielo d’Irlanda, portata al successo da Fiorella Mannoia, oltre che collaboratore nientepopodimeno di Fabrizio De Andrè, anche se ha spesso confessato di trovare riduttivo l’automatico limitarsi dei giornalisti ad accostare del suo nome a quello del grande chansonnier genovese. Altre invece derivano da canti comuni dei soldati, poiché “suonavano e cantavano anche in trincea […] e quello che colpisce delle canzoni della Grande Guerra è che non sono canzoni sulla guerra, di odio al nemico, ma sono canzoni di disagio per la solitudine, la mancanza della mamma [...] la morosa, la fidanzata, un letto decente, un cibo, quindi insomma tutte canzoni che non hanno ideologia guerresca”. Dei numerosi pregi che questo romanzo possiede, il migliore è senza dubbio quello di provare a restituire una storia a coloro ai quali una storia è stata tolta.



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