Barba e baffi

“Solo due categorie di persone non portano la barba folta: i fanciulli e le donne. E io non sono né l’uno né l’altro”, dicevano i Greci, che consideravano “l’onore del mento” una forma di raffinatezza tutta maschile socialmente ricercata e apprezzata. Al contrario di loro, si narra che Alessandro Magno fosse molto rigoroso nello sbarbarsi regolarmente, per differenziarsi tanto dal padre, quanto dai Persiani suoi nemici (cosa commenterebbe Freud al riguardo, è un altro paio di baffi, pardon, di maniche). Talora nella storia l’uomo senza barba è stato considerato più simile alla divinità, altre volte portatore di una effeminatezza sospetta e forse perniciosa. (Non si pensi tuttavia che questo non sia anche affare del gentil sesso: non solo perché sono le donne a decidere se la barba dell’uomo piace o non piace, ma anche perché ad esempio nell’antico Egitto le mogli dei faraoni, durante certe cerimonie religiose, erano solite ornarsi anch’esse di barba finta...) Ogni epoca ha le sue convinzioni e consuetudini, dall’Oriente all’Occidente, dal cristianesimo all’islam. E oggi? Se per noi la barba ha forse perso - almeno in gran parte - il proprio valore simbolico, non di meno la sua cura, talvolta maniacale, è al centro dell’attenzione di molti uomini. Di chi è la colpa? Ma di David Beckham, che dopo aver fatto per anni una pubblicità planetaria alle lamette, ci ha pensato su e ha sdoganato una nuova moda!

Giovanni Ciacci, costumista teatrale e cinematografico oggi noto ai più per la sua partecipazione al programma televisivo Detto fatto, scrive un libro che non è né un romanzo né un saggio ‒ non essendo dotato di brio narrativo né di spessore intellettuale ‒ nel quale si parla, fino alla noia (e fino all’evidente intento di riempire le pagine), praticamente senza alternative... dei peli del viso: barba e baffi. L’autore vorrebbe accattivarsi la simpatia del lettore, ma lo fa abusando di punti esclamativi, con osservazioni inconferenti sulla sua relazione gay (“[Quando] l’ho incontrato [...] finalmente l’incubo è finito! Mi ha insegnato a radermi e a far crescere la barba, a scolpire il pizzetto e... tante altre cose che non sto qui a raccontarvi, perché non è un libro sul Kamasutra”: al che non sappiamo di cosa stupirci, se del fatto che per lui la rasatura fosse un incubo, o se del fatto che, nel 2017, si voglia ancora sorprendere qualcuno con la propria omosessualità). Al di là di queste considerazioni, ciò che veramente non si riesce a capire è quale sia il motivo di fondo che ha portato alla pubblicazione di questo libro, quale la sua necessità; viene da credere che sia stato prodotto il titolo solo sull’onda della notorietà dell’autore/personaggio, senza un adeguato supporto dei contenuti. “Curatevi il viso, ché è ciò con cui vi presentate al mondo” potrebbe sintetizzare ottimamente il tutto, con un cospicuo risparmio di tempo. Oltre che del prezzo di copertina.



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