Basil Lee

Basil Lee

Basil Lee appartiene alla classe agiata del Midwest degli Stati Uniti. Da piccolo col suo amico Riply Buckner conserva in segreto tutti i fatti più scabrosi e scandalosi della comunità su un quaderno scritto con inchiostro simpatico. Per il resto vive la vita ordinaria dei ragazzini della sua età impazienti di diventare grandi. Spia le ragazze e subisce il dramma del confronto coi suoi coetanei dal quale esce sempre sconfitto. Guarda ai modelli più brillanti e scaltri di lui, quelli che ci sanno fare con le ragazze, quelli con la faccia tosta. Soprattutto, guarda con un misto di invidia e stima, rabbia e gelosia Hubert Blair, ragazzo dal carisma indiscusso, simpatico, accattivante, ai piedi del quale tutte le ragazze cascano come mosche. Ma Hubert è troppo avanti e a Basil manca l’umorismo, la spigliatezza dello stare al mondo, la scaltrezza e la malizia. Manca tutto, solo la rabbia non gli manca. Persino Riply è più smaliziato, riesce a mietere qualche conquista e lentamente si allontana da quello che fino a ieri era stato il suo compagno di giochi e d’avventura. Basil piano piano inizia a sperimentare una progressiva solitudine che germina sottilmente domande esistenziali, disagio, senso di inadeguatezza. Tutto concorre a farlo rientrare nella categoria degli sfigati goffi e sgraziati, inopportuni e cafoni che pagano il dazio di portarsi addosso una etichetta troppo severa e irrevocabile. Mentre tutti i suoi coetanei sono passati ai pantaloni lunghi, lui è costretto a portare ancora i calzoni corti, al College non riesce a fare amicizia con nessuno, parla troppo e a sproposito e i genitori delle ragazze che frequenta lo considerano un poco di buono. Uno mediocre, quando gli va bene. Basil sembra caduto dentro un incantesimo o dentro il più mastodontico, crudele degli equivoci…

Francis Scott Fitzgerald scrive quattro racconti che si possono leggere come un piccolo romanzo di formazione in cui sono tracciati quattro momenti significativi dall’infanzia al college nella vita di Basil Lee. Un disadattato che ricalca apparentemente una figura che per Fitzgerald è autobiografica; un bambino che diventa ragazzo sotto i nostri occhi e che fatica a maturare, che fatica a relazionarsi, che fatica addirittura ad amare, a provare qualcosa che assomigli ad un sentimento autentico e non sia puro spirito di competizione. Da una parte Basil fa rabbia. È pieno di fantasia e immaginazione, pieno di sogni, pieno di vita, pieno di desideri, sembra avere le carte in regola per potercela mettere tutta a diventare il più giovane Presidente degli Stati Uniti d’America. Insomma, qualcuno. In fondo non cerca altro che di essere capito, senza fare nulla di più eclatante di quello che fanno solitamente tutti gli altri ragazzini alle prese coi primi fuochi dell’adolescenza. Dall’altro è incomprensibile tutto l’astio che gli si accumula attorno da parte degli amici, dei compagni di College, degli stessi insegnanti e poi delle ragazze, soprattutto quelle ricche, viziate e capricciose che lui continua a corteggiare con ostinazione. Ma la vita peculiare di Basil Lee è il vetro contro il quale si rifrange e si frantuma il prisma del perbenismo ipocrita della profonda provincia americana. Non si tratta infatti solo di uno spaccato della vita nel Midwest. Fitzgerald ci racconta una società compassata, borghese, attenta alle apparenze e alle convenzioni, un bel po’ conservatrice, un tantino retrograda e formalmente osservante delle regole e in mezzo ci mette un ragazzo che con le sue intemperanze, la sua rabbia giovanile ed un profondo senso di frustrazione vuole scrollarsi di dosso quel mondo gretto e spezzare quel circuito claustrofobico di convenevoli e false cortesie. Ecco, quello che resta dopo aver letto Basil Lee è un senso di grande amarezza, di desolazione; la sensazione di una lontananza geografica e umana incolmabile tra Basil e il resto del suo mondo. E nonostante la sua sia una personalità complessa, frammentaria, capricciosa e conflittuale, il lettore non riesce a provare per lui antipatia troppo a lungo. Perché Basil Lee rappresenta una sorta di piccolo guerriero dell’autodeterminazione perfettamente, maledettamente consapevole di sé.



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