Bassure

Bassure
La bambina gioca con bambole di granturco, riduce i cartocci secchi in striscioline per fare i capelli, toglie due chicchi ai lati per fare gli occhi e tre allineati per fare la bocca. Dà loro da mangiare torta di sabbia e minestra di fiori di prato. Gioca anche con il bambino balbuziente che abita nel cortile vicino. Sono marito e moglie e lei lo insulta perché ha bevuto ancora, perché non ci sono abbastanza soldi per tirare avanti, perché è un puttaniere e un buono a nulla: è così che si gioca alla famiglia. D’estate la bambina dà la caccia alle cavolaie, le infilza su uno spillo e quelle sfarfallano con le ali percorse di fragili venature finché muoiono e non si muovono più. La bambina è in cucina, e la camera è invasa di vapore e fumo denso che sale dalla zuppa di rape. Guarda la madre che parla e piange, il padre ubriaco che canta e minaccia con un coltello. A volte la mamma la sgrida e le dà un ceffone tanto forte da farla cadere. Anche il papà la sgrida perché gli ha messo le mani sul viso e questo lo ha fatto arrabbiare. In quei momenti capisce di non avere genitori e si chiede perché mai è seduta con loro, in quella casa, perché non scappa via. Quando cala il sole arriva un sacco pieno di notte, le luci sono spente, le stanze nere. Lei sente il letto matrimoniale che cigola, gli ansiti e i sospiri dietro la parete, e pensa che sta ascoltando una cosa impura. È una cosa che puzza di pere marce, e di quell’odore acre e di quei letti sussultanti è colma la pianura. Poi la bambina diventa donna, ma la vita non diventa migliore... 
In diciannove quadri che vanno a comporre un unico affresco dispiegato intorno a Bassure, il racconto più lungo che dà il titolo al libro (ora in una nuova edizione rivista e corretta dall’autrice), Herta Müller, Nobel per la letteratura nel 2009, tratteggia la quotidianità del villaggio del Banato rumeno dove ha trascorso l’infanzia, il degrado politico e sociale del suo Paese natale, il suo lavoro in fabbrica da adulta. Ha vinto la prestigiosa onorificenza svedese per aver saputo narrare “con la forza della poesia e la franchezza della prosa” il panorama dei diseredati. Ma non è la povertà dei reietti quella che descrive, è la loro miseria, e la differenza non è lieve. La povertà ha una sua dignità, una sua spartana bellezza, una volta lasciata alle spalle si può persino ripensarla con nostalgia. La miseria no, è brutta, è crudele, fa ribrezzo, si vorrebbe cancellarla dalla faccia della terra. Gli uomini si attaccano alla bottiglia e consumano frettolosi un sesso sordido, le donne allungano sberle ai figli e contano il poco denaro con mani avide e agili come zampe di ragni che tessono la tela. Gli animali patiscono inermi: il maiale scannato riempie l’aria con i suoi gemiti, i cani uccisi a calci sono lasciati a imputridire lungo i sentieri, i gattini vengono affogati nel secchio e sotterrati nel letamaio, la rondine si ammutolisce mentre è costretta a covare nel nido sotto al quale stanno macellando un vitello. I bambini ingoiano le lacrime e la paura, e quello che vedono va a rendere più greve il fardello dei ricordi. Herta Müller ha parole di potente lirismo e spietata crudezza per descrivere lo squallore che incrosta ogni cosa di una muffa grigia, la durezza di esistere che colpisce i più deboli. Sono parole che affascinano e respingono, che scavano piccoli abissi per mostrare le bassure in cui si affossa lo spirito umano. E mentre le leggi sai che ti lasceranno graffi nell’anima.

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