Beautiful freak

Guillermo Del Toro potrebbe essere perfettamente, per l’autore della prefazione Stefano Bessoni, il terzo fratello Grimm. Perché come gli altri due (reali) vagabonda per campagne, foreste e montagne, va di villaggio in villaggio, racconta e annota descrizioni, racconti, storie, dicerie, e le rielabora secondo la sua sensibilità, con la sua arte affabulatoria estrema e raffinata che ama il surreale ma solo quando nasconde la verità sul reale. Ed è secondo questo schema, questa consapevolezza artistica, che il racconto (vero o inventato che sia) sull’infanzia del regista, raccontato proprio da lui, assume diversi e più profondi significati: Guillermo guarda la televisione, ha 12 anni, e sta facendo i compiti. Lo distrae, all’improvviso, un soffio. Sembra un sussurro, o un sospiro triste. Trattiene allora il fiato, pensando di poterne essere lui il responsabile: ma il soffio torna. E ancora. E ancora. Controlla che tutte le finestre siano chiuse, i vetri ben sigillati; va in camera sua, si mette sotto le coperte e spinge forte il cuscino sulle sue orecchie. Ma il soffio è ancora lì. Ed è in quel momento che, dal suo letto, sente la voce dello zio morto sospirare, e Guillermo scappò via, senza mai più mettere piede nella sua stanza. Ed ecco, il cinema di Guillermo Del Toro (almeno secondo la giusta intuizione di Emanuele Rauco): un racconto nel quale la realtà percepita da un quasi adolescente diventa generatrice di fantasie, storie da cui partire per dare vita alla propria immaginazione. Se poi si sostituisce l’adolescente con il pubblico, e le storie con i film, ecco che abbiamo davanti come si crea un film…

Scrivere oggi di cinema non è facile. Prima di tutto, perché nonostante quel che si può pensare il settore è inflazionato fino quasi a soffocare: dell’arte cinematografica, del suo significato, oggi sembrano saper parlare tutti, perché si è perso via via, e definitivamente con l’avvento dei social, il senso profondo della critica cinematografica e la consapevolezza che per parlare di un’arte occorre conoscerla a fondo e amarla con passione. È per questo che libri come Beautiful Freaks di Emanuele Rauco vanno salutati con felicità e soddisfazione, perché riportano appieno il senso di una professione (la critica cinematografica, appunto) che sembra aver perso di contenuto, ma soprattutto approccia con competenza, scorrevolezza, cultura e soprattutto piena conoscenza della materia, ad una filmografia intensa, ricca e stratificata come quella del Maestro Guillermo Del Toro. Un autore “nuovo”, sebbene il suo debutto su schermo - il sottovalutato Cronos - sia del 1993, perché “nuovo” è il linguaggio con cui costruisce le sue opere e “nuove” sono le declinazioni con cui il regista affronta ogni sua opera, dimostrando di saper essere sempre diverso eppure sempre coerente con sé stesso e con il suo universo. Ed è proprio il suo universo filmico che viene sviscerato in Beautiful Freak: con un’esposizione ordinata e con un ritmo lento ma mai noioso, i film vengono catalogati per (sotto)generi e porti al pubblico anche più esterno, approfondendo con gusto cinefilo ogni stratificazione di significato, mostrando quanto anche il cinema fantastico possa essere (ma lo è da sempre, dalla sua nascita) divertente ma allo stesso tempo pieno di significati e metafore che, oltre a svelare l’essenza del mostruoso, non fanno altro che svelare le parti più nascoste di noi.

 


 

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