Berlusconi passato alla storia

Berlusconi passato alla storia

È legittimo parlare di “età berlusconiana” analogamente a quando nei libri di testo ci si riferisce, per fare un esempio, all’età “giolittiana” o a quella “crispina”? Possiamo affermare il suo reale e consolidato impatto storico e politico come un dato di fatto inopinabile? Ebbene, secondo lo storico contemporaneo Antonio Gibelli - e non vedo perché contraddirlo - la risposta non può essere che positiva, al di là di ogni giudizio riguardo ai risultati ottenuti. Considerando gli effetti dell’entrata in politica di Silvio Berlusconi nel 1994, dalla genesi di Forza Italia all’evoluzione e metamorfosi in Popolo della Libertà, analizzando la transumanza di voti e preferenze verso il suo simbolo, tenuto conto dei poderosi mezzi propagandistici utilizzati e del suo modo di imporsi, quel che si può approfondire sono i numerosi cambiamenti imposti e i vari primati raggiunti da Berlusconi nell’ambito della politica italiana, a cominciare da una tipologia di linguaggio nuova ed entrata ormai a far parte della normale comunicazione politica anche tra chi avrebbe dovuto evidenziarne il significato subdolo. Per citarne solo un paio: “mettere le mani nelle tasche degli italiani” che trasforma il prelievo fiscale in una sorta scippo, oppure “scendere in campo” mischiando l’entrata in politica con l’irruzione nello stadio di una squadra di calcio decisa a sbaragliare gli avversari. Furbescamente, sfruttando la sua immagine di imprenditore vincente, incanalando la propaganda attraverso una televisione privata in pieno boom di ascolti, l’allora neofita Berlusconi ci mise meno di niente ad accaparrarsi i favori di elettori stanchi dei soliti partiti-dinosauri allo sbando dopo lo scandalo di Mani Pulite, proponendosi come l’uomo vincente capace di trasformare la goffa, lenta e inadeguata burocrazia statale in una precisa macchina per fare soldi modello azienda fiorente. E la gente ci credette, soggiogata anche dal suo linguaggio calcistico, che faceva leva sulla sfrenata mania degli italiani, in maniera trasversale, di tifare a tutti i costi per una squadra di calcio. Gli avversari politici, sottovalutando le qualità ammaliatrici del nuovo arrivato che appoggiava la nuova destra, lo presero sottogamba, convinti che fosse solo una meteora di passaggio da guardare e schernire... 

Come sono andate le cose, invece, è storia recente, che tutti quelli con un minimo di interesse per come vanno le cose nel mondo sanno e ricordano. A conti fatti, studiando il fenomeno del berlusconismo, la sua presa sugli elettori e la sua perseveranza nonostante gli scandali, contrastando anche le contraddizioni più evidenti, dimostrano non solo una crisi politica italiana, permeata dalla corsa all’arricchimento personale a discapito della collettività, ma evidenziano una crisi generale con una macroscopica perdita di quei sistemi ideologici un tempo vere pietre d’angolo della società. La politica, quindi, non come progetto etico per un futuro migliore, ma come mostruoso mix di marketing e pubblicità, volto a vendere all’elettore il prodotto con la miglior confezione, senza badare alla qualità degli ingredienti. Quel che sembra disarmante, in definitiva, è la sostanziale immobilità degli altri soggetti politici, italiani, europei e mondiali mantenuta durante tutti i periodi di governo Berlusconi, come se il messaggio da far passare fosse un “vivi e lascia vivere” che  potesse accontentare tutti.


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