Bestie

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Tra i verdi prati scozzesi, mucche e pecore pascolano di recinto in recinto tornando alla fattoria poco prima del crepuscolo. Tam e Richie sono due scansafatiche inetti, sorretti da poche speranze e fiumi di birra. Le loro giornate trascorrono piatte tra la realizzazione di una palizzata ad alta tensilità e qualche capatina al pub. Loro - gente semplice che si accontenta di poco - non avrebbero potuto chiedere di meglio al destino: stare insieme, sgobbare il meno possibile e fumare qualche paglia durante la pausa lavorativa. Purtroppo Donald, impresario a capo della ditta, decide di migliorare la scarsa produttività del duo affibbiando loro un caposquadra ed un nuovo incarico: realizzare un enorme recinto nei pressi di Upper Bowland. A distanza di pochi giorni il trio - ancora poco collaudato, ma con alle spalle già un omicidio - macina lentamente chilometri e chilometri trascinandosi dietro la putrida roulotte che per settimane sarà la loro unica casa in Inghilterra; rifugio di fortuna dopo il duro lavoro, le piogge torrenziali, le molte bevute, le rare scopate e gli occasionali assassini…
Simile a un mancino un po’ triste e grunge - che all’inizio degli anni novanta combinò tra loro quei quattro banali accordi divenuti il tormentone di un intero decennio di adolescenti - Magnus Mills conia il suo stile sulla formula: “semplicità uguale perfezione”. Senza bisogno di stupire, narrando in prima persona, limitandosi all’essenziale, l’autore dà vita ad un’opera tanto prevedibile quanto funzionale: i protagonisti non sono altro che poveretti scappati di casa, umili volti senza destino relegati ad un lavoro poco appagante, scandito da un'agghiacciante routine rotta solamente dai macabri imprevisti che questo trio di scapestrati non fa che attirare su di sé. La stesura trabocca di spunti e rimandi: sorride ad un Bukowski sbronzo dietro la macchina da scrivere; ammicca a quel “Kitchen stories” che occupò per breve tempo le sale cinematografiche italiane, e infine ricorda quella ragazza silenziosa e struccata, dal sorriso sghembo, di cui tutti ci innamorammo durante gli anni del liceo. Un’opera che, come ricorda il titolo stesso, riesce a ridare voce al lato folle e irrazionale che ciascuno di noi ha imparato - purtroppo - a tacere con gli anni.

 

 

 

 
 
 
 
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