Birra scura e cipolle dolci

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Amy Henderson compirà quarantacinque anni ad aprile. Ha perso il marito durante la Prima guerra mondiale e gestisce da sola un pensionato di campagna dove ospita in media una trentina di ospiti. La struttura però è troppo affollata, ormai pare un albergo e Amy è stufa di fare da padrona di casa a così tante persone. Ma fa buon viso a cattivo gioco e in questo marzo che odora ancora di inverno batte i piedi al ritmo di un grammofono, “pensa al suo quarantacinquesimo aprile e al suggello e simbolo per eccellenza della primavera, la birra scura e le cipolle dolci”. D’un tratto una grossa berlina si ferma davanti all’ingresso del pensionato. Ne scendono due uomini, che bussano alla porta: dicono di cercare Amy, “hanno occhi neri e vuoti e facce sottili e scavate, sono messicani o nativi americani”. Dicono di rappresentare una tribù di indiani cherokee: hanno saputo che nel terreno attorno al pensionato di Amy c’è un’ampia radura dove è possibile accamparsi pagando l’affitto. Vogliono fermarsi una settimana, offrono cinque dollari, giurano di essere puliti e silenziosi, promettono di non lasciare cartacce e di stare attenti ai fuochi… Tom lavora come commesso nel negozio degli Shusser, Anna e Nicholas, e vive anche a casa loro, un po’ fuori città, vicino all’ippodromo. Passano le serate insieme, a bere birra tutti e tre seduti sull’angolo di prato dietro casa, non hanno soldi per fare molto altro. C’è sempre un bel silenzio perché la stagione delle corse dei cavalli non è ancora iniziata e la maggior parte delle case del vicinato sono ancora vuote. Anna viene da Mosca, Nicholas dalla Palestina e nonostante siano negli Stati Uniti da nove anni, hanno conservato un forte accento e non fanno altro che parlare dell’Europa. Entrambi adorano le grandi città e la folla, entrambi odiano la cittadina in cui vivono, entrambi sognano di trasferirsi a New York. Quando quindi un certo Girdansky una sera telefona presentandosi come amico della sorella di Nicholas – che vive a New York – e chiedendo ospitalità a casa loro, i coniugi Shusser sono ben lieti di accettare… Il ristorantino è nella zona del mercato, vicino alla sponda del North River. C’è baccano, traffico, puzza. I clienti arrivano quasi tutti tra mezzogiorno e le due e mezza, prima e dopo il locale è quasi vuoto: sono loro a tenere in piedi la baracca. Alle sette il quartiere si fa deserto, il ristorantino viene spazzato e lavato, le sedie impilate sui tavoli e si chiude. A servire ai tavoli, da sempre, c’è una sola cameriera: il suo nome è Harriet ma tutti la chiamano Bayonne, il nome del posto da cui viene. Non è né giovane né bella, “ma sa muoversi, camminare come se fosse bella e attraente e ne fosse consapevole”, infatti i clienti maschi – e sono quasi tutti maschi – la adorano tutti. L’unico momento della giornata in cui è veramente sotto pressione è quella fascia da mezzogiorno alle due, cinquanta coperti da servire da sola, ma se la cava sempre egregiamente e anzi pare divertirsi nonostante la fatica. “Tutta quella concitazione le fa venire la voce rauca e le uccide le gambe, ma le piace”. Un giorno il padrone del ristorantino fa a Bayonne un annuncio a sorpresa: l’indomani mattina prenderà servizio un’altra cameriera, “per aiutarla”. È molto carina, è giovane, è efficiente. Bayonne sente qualcosa che le si spezza dentro…

Dopo l’edizione Fandango del 2011 (intitolata semplicemente Tredici racconti) tornano in libreria queste short stories giovanili di John Cheever, scritte per la maggior parte negli anni Trenta e originariamente pubblicate su riviste di vario genere e varia diffusione. In queste traiettorie umane di vedove, finti pellerossa, rappresentanti di commercio, attivisti comunisti, spogliarelliste di mezza età, anziani mariti gelosi, ballerine e scommettitori di cavalli si intravede appena il Cheever della maturità, il cantore malinconico della middle class americana del dopoguerra. Chi lo vorrà cercare, lo troverà qui forse soltanto nei due racconti finali, Pranzo di famiglia e L’opportunità, non a caso scritti negli anni Quaranta: a dominare i frammenti precedenti è invece la Grande Depressione, abbattutasi sugli Stati Uniti come un’epidemia dopo il 1929 e il crollo di Wall Street. La miseria, la disoccupazione, la disgregazione sociale di quegli anni sono il materiale (spesso anche autobiografico) su cui il giovane Cheever si esercita per trovare la sua voce, il suo stile, la sua cifra di narratore. Siamo però dalle parti di Steinbeck, Dos Passos, Hemingway, Sherwood Anderson e persino Fante per ora, si fatica a vedere in queste storie il gusto e le atmosfere che verranno: “Penso che ognuno con un proprio immaginario debba compiere una scelta: ingrandirlo o rimpicciolirlo. Arrivato a questo punto trovo il rimpicciolimento deplorevole. Quando ero giovane, invece, pensavo che fosse fantastico”, ebbe a scrivere Cheever molti anni dopo questi racconti. Ma, sia chiaro, non c’è nulla di superfluo in questa raccolta: ripercorrendo le tracce della maturazione artistica di uno dei più grandi scrittori americani della storia, come prevedibile, ci si imbatte comunque in lampi di talento, segnali di grandezza, prodromi di bellezza.



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