Blacklands

Blacklands
Sud dell’Inghilterra, campagna suburbana. Steven Lamb ha dodici anni e continua a scavare buche nella brughiera. Non è un gioco, non sta cercando un tesoro. Da quelle parti infatti sospetta sia stato sepolto suo zio Bill, morto a undici anni, ucciso da un serial killer che ora sconta i propri efferati delitti nel carcere di Heavitree. Steven non demorde, è lo scopo della sua vita, non ha paura e pazientemente insiste e persiste. Il ragazzo però sa che una ricerca alla cieca rischia di non permettergli di portare a compimento il suo progetto. E allora decide di scrivere all'omicida. Seriamente. Non pensando che ciò può scatenare istinti repressi, malattie mai curate, aggressività mai sopite. Perché Arold Avery non è solo un assassino seriale, ma anche un terrribile, sagace, fredissimo aguzzino, incurabile e ovviamente senza più scrupoli. Inizierà così uno scambio epistolare bizzarro e morboso, i cui esiti saranno imprevidibili, come nei giochi di ruolo. Ma d'altronde come poteva Steven non cercare la collaborazione-confessione di Avery? Tutti l'hanno lasciato solo in questa sua folle aspirazione, da ultimo il suo unico grande amico, Lewis, che però non è costante, si stufa subito e comunque oramai pensa più a toccare le tette delle compagne di scuola che a ritrovare le ossa di un cadavere. Il resto del contesto sociale è quantomeno degradato. Scuola assente, episodi di bulllismo sgradevoli e ricorrenti che spesso mettono in fuga il giovane Lamb. Di famiglia poi non ne parliamo. Nessun padre. La madre è nervosamente isterica, sfortunata in amore, anzi proprio incapace e i tre-quattro uomini portati in casa se ne sono andati via presto, spesso in malomodo, oppure letteralmente scappando. La nonna è algida, austera, severa, senza un briciolo di calore o colore. E poi sembra preferire il secondogenito di sua figlia, l'ancora imberbe Davey, che Steven non detesta ma che certo non ama. Insoma solitudine. Insomma la necessità di crearsi un mondo proprio, con i propri perché. E cercare lo zio Billy è proprio quello che ci vuole per l'arida esistenza di Steven. Anche se è sempre rischioso risvegliare i torbidi isitinti di un maniaco. Perché sono imprevedibili e spesso quasi geniali…
Bello e originale questo primo giallo di Belinda Bauer, scritttrice inglese, già giornalista e sceneggiatrice per la tv, su cui in Rete si sa pochissimo, manca persino la data di nascita. Tuttavia con questo suo esordio narrativo riesce a dare mostra di una buona capacità di descrizione emotivo-mentale senza mai scadere nello psicologismo spicciolo oppure nella più convenzionali e stereotipate banalità. Ritmo sostenuto ma non scellerato, una trama sicuramente avvincente ed alcune digressioni che non annoiano ma che anzi rendono ancora più ricco e godibile il thriller dotandolo di uno sfondo credibile ed attuale.

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