Bora scura ‒ La saga del confine d’oriente

Bora scura ‒ La saga del confine d’oriente

1941, Montenegro. Petro, un ragazzone alto un metro e ottanta in divisa da alpino, stravolto vomita quel poco che ha in corpo. Intorno a lui le urla strazianti delle donne e dei bambini, il fumo denso e il furore delle fiamme che bruciano case e stalle, il muggito doloroso delle bestie che spaventate vengono spinte a bastonate lungo la mulattiera. Piange Petro. “Sono poveracci come noi” sussurra fra un conato e l’altro. Ma niente smuove il capitano Pioni, né i suoi compagni: ovunque urla, donne stuprate, esecuzioni sommarie. Petro chiude gli occhi impastati di muco e fuliggine e pensa al suo paese, il “Friuli, terra di genti antiche dove lo aspettavano vecchi, donne e bambini fin troppo simili a quei disgraziati montenegrini”... 1941, Istria. Silvia torna a casa da scuola. Ad accoglierla sulla porta della cantina, suo cugino Franjo. I due sono figli di due fratelli: Mateji (il padre di Franjo) non ha rinunciato al proprio nome e cognome croato e anzi lo ostenta con orgoglio e per questo motivo è “segnato sul libro nero della Direzione delle miniere dell’Arsa, bollato non solo come elemento sovversivo ma anche come slavo recidivo”. Mateji è anche iscritto segretamente al Partito Comunista e non fa nulla per celare la disapprovazione nei confronti del fratello Alojzije (padre di Silvia) che per quieto vivere ha accettato di italianizzarsi e di cambiare perfino il nome da Alojzije Radetić in Aloisio Radetti. Franjo si accorge subito che qualcosa non va e in effetti Silvia racconta a tutta la famiglia la violenza che il maestro le ha inferto a scuola: le ha sputato in bocca - “un viscidume dal sapore di marcio” - perché sovrappensiero ha chiamato le cicogne che ha visto volare in cielo col termine croato di “rode”... Trieste, 13 luglio 1920. Loris è un bambino di dieci anni molto sveglio e che si pone domande in continuazione. Fra le tante: perché la classe che frequenta è divisa fra muli patòchi, ovvero triestini di nascita, e taljani “cioè quelli come lui arrivati a Trieste dopo che questa era stata annessa al Regno d'Italia?”. Oggi è comunque un gran giorno: la mamma e il papà lo devono portare in piazza dell’Unità dove è stata organizzata una grande manifestazione di protesta perchè “in una città che si chiama Spalato gli slavi hanno ammazzato degli italiani”. E così eccolo, con i suoi pantaloncini corti, la camicia nera e il fez – con il quale a dire la verità si sente ridicolo – incamminarsi con la mamma fra la folla che agita bandiere italiane e gagliardetti con fasci e teschi col pugnale fra i denti...

Un romanzo-fiume quest’utimo lavoro di Leandro Lucchetti ‒ sceneggiatore RAI, autore di documentari e vincitore del Premio Internazionale Città di Sarzana con l’esordio narrativo Amorosi sensi edito da Fuorilinea – che affronta una parte di storia spesso poco raccontata o persino poco conosciuta ai più. Nelle quasi milleseicento pagine che costituiscono la Saga del Confine d’Oriente, seguiamo le vicende: dell’alpino Petro ‒ giovane friulano mandato a combattere in Montenegro ‒ che sogna la sua terra e che quando riuscirà a tornarvi dopo l’8 settembre la troverà cambiata e contesa tra occupazione nazista e guerra partigiana; dei fratelli Radetić, slavi d’Istria, l’uno fedele alle proprie proprie radici croate, l’altro disposto inizialmente a snaturalizzare persino il suo nome pur di vivere tranquillo; di Loris, triestino di origine borghese, che assiste da piccolo all’incendio del Narodni dom (Casa del popolo, sede delle organizzazioni degli sloveni triestini, n.d.r.) e che in quel contesto prende consapevolezza della militanza fascista del padre. Emergono ‒ fra tutti i personaggi del libro ‒ poderose le figure femminili: Grazietta, giovane prostituta sarda che sceglie questo mestiere per poter pagare le cure del padre anziano e che più volte riesce a piegare il destino e a risollevarsi dalle dure prove che le sottopone la vita; ma anche Gianina e Mirela, sorelle e mogli di Mateji e Aloisio ‒ coraggiose e forti ‒ e tutte quelle che costellano la storia di Lucchetti, anche quelle senza nome, semplici comparse, che rimangono però impresse a fuoco nella mente: determinate, fiere anche di fronte alla morte, capaci quanto gli uomini se non di più di dare una svolta decisiva agli eventi. E a queste vicende frutto della finzione narrativa ‒ alcune delle quali finiscono pure per incontrarsi ed intrecciarsi ‒ fa sfondo una accurata ricostruzione storica, definita nei minimi dettagli. Come in un lungometraggio scorrono veloci e potenti le immagini crude, alle quali fa da didascalia lo stile nitido e diretto di Luchetti, delle atrocità commesse dagli alpini in Montenegro, delle pulizie etniche del nuovo stato croato e delle scorrerie dei soldati ustascia (croati di fede fascista capeggiati da Ante Pavelic) e dei cosacchi (soldati provenienti dal Kazakistan e da altre terre islamiche dell'URSS) arruolati volontari fra le fila della Wehrmacht, dell’occupazione slava di Trieste e dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia; delle foibe e del terribile primato della Risiera di San Sabba, unico lager nazista nel territorio italiano in cui furono incarcerati e uccisi molti uomini prevalentemente oppositori politici ed ebrei. Piace la lente attraverso la quale Lucchetti osserva la Storia: cambia spesso prospettiva, ce la fa raccontare dai diversi punti di vista dei suoi personaggi, e ci suggerisce attraverso le parole di Petro la sua morale, quanto mai attuale in tempi confusi come il nostro: “‒ In Montenegro ammazzavamo la povera gente che stava con i partigiani […] ‒ aveva continuato Petro ‒ […] Qui ammazziamo la povera gente che sta con i fascisti! ‒ Adesso ammazzi dalla parte giusta! ‒ aveva detto, cinicamente, Vissious quasi scherzando. ‒ Non dire stronzate! ‒ era sbottato Petro – Non mi andava di fare il macellaio con la divisa da Apino e non mi va di fare il macellaio col fazzoletto rosso al collo!”.



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