Borderlife

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C’è un bar tra la Nona e la Sixth Avenue a New York chiamato Aquarium, dove spesso Liat si rifugia per lavorare al computer. Si è trasferita da poco grazie ad una borsa di studio e sta facendo del suo meglio per abituarsi a questa città così frenetica. Di certo i suoi tratti somatici tipicamente mediorientali e la ferita ancora aperta dell’11 settembre non aiutano proprio ad ambientarsi. Proprio all’Aquarium un sabato pomeriggio di metà novembre Liat siede in attesa dell’amico Andrew. Quello che si presenta all’appuntamento però non è Andrew, ma un ragazzo che Liat non conosce: capelli ricci, sguardo diretto, l’incedere disinvolto di chi sembra trovarsi a proprio agio in qualsiasi situazione. Sono però soprattutto l’accento, il modo inconfondibile che ha di pronunciare l’H del proprio nome – Hilmi – a suonare nella testa di Liat come un campanello d’allarme. Perché Hilmi è palestinese e lei israeliana. E mentre segue Hilmi fuori da bar, a piedi tra le luci di New York, Liat sa benissimo che tutto ciò che li aspetta a casa – famiglia, luogo di nascita, ideologie politiche e religiose – è incompatibile e di lì a sei mesi arriverà a separarli. Sei mesi per conoscersi, entrare l’uno nella vita dell’altra, e poi trovare il coraggio di lasciarsi…

Immaginate di essere alla soglia dei trent’anni e di vivere per la prima volta all’estero, lontano da una famiglia molto credente che non aspetta altro di sentirvi dire: “Ho trovato la persona giusta”. Ora immaginate anche di aver effettivamente trovato quella persona, ma sapendo che è l’unica in tutto il mondo che non potrete mai avere. Questi in maniera semplificata sono i presupposti con cui Dorit Rabinyan apre il suo romanzo, vincitore del premio Bernstein eppure fortemente criticato in Israele. Pare infatti che il Ministero dell’istruzione abbia rigettato la richiesta di alcuni insegnanti di inserire Borderlife nel curriculum delle scuole superiori perché l’esempio di coppia interraziale in esso proposta “minaccia di indebolire il fulcro dell’idea nazionale” alla base dello stato israeliano. Al di là delle implicazioni politiche, il libro della Rabinyan merita di essere letto, e non solo dagli amanti del genere “ragazzo incontra ragazza”. Se infatti si tratta pur sempre di una storia d’amore, i protagonisti Hilmi e Liat incarnano molto più di due amanti sventurati. I loro atti e parole trascendono le rispettive individualità e rispecchiano sempre e comunque quelli di due popoli in conflitto. Là dove una coppia qualunque ricorrerebbe al dialogo, Hilmi e Liat si scontrano, proprio perché quello è l’unico modo di confrontarsi con “l’altro” che sia stato loro insegnato. E ciò nonostante appassiona vedere come i due intraprendano un percorso di crescita per avvicinarsi, smussare gli angoli, aprirsi al diverso – mentre i sei mesi incalzano veloci e il lettore continua a chiedersi se il loro sentimento alla fine supererà ogni ostacolo.



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