Bowie - La trilogia berlinese

Bowie - La trilogia berlinese
Aprile 1975. David Bowie ha appena 'rotto' col suo produttore storico Tony DeFries - a caro prezzo - e ha lasciato New York per stabilirsi a Los Angeles. La moglie Angela e l'amante-segretaria Corinne detta Coco sono molto preoccupate: David è di una magrezza spaventosa, drogatissimo, ossessionato dalla magia nera, non dorme per settimane intere e segue una dieta a base di peperoni verdi e latte. Gli è stato appena affidato il ruolo di protagonista nel film di fantascienza diretto da Nicolas Roeg "L'uomo che cadde sulla Terra", tratto dall'omonimo romanzo di Walter Tevis. Da L.A. la rockstar si reca sui luoghi delle riprese, nei pressi di Albuquerque in New Mexico, col treno Super Chief: è un periodo insospettabilmente tranquillo: lontano dall'ambiente dello spettacolo e dalle sue tentazioni Bowie riesce a chiarirsi un po' le idee, sfodera una performance attoriale magistrale - il ruolo dell'alieno Thomas Jerome Newton del resto sembra ritagliato alla perfezione su di lui - e butta giù una serie di spunti musicali che al suo ritorno in California mesi dopo diventeranno un nuovo album e un nuovo tour mondiale. Inseguito da roventi polemiche sul suo presunto flirt col nazismo, nel 1976 David Bowie decide di stabilirsi in Europa: e la città prescelta è la plumbea Berlino ancora divisa dal Muro, la Berlino di Bertolt Brecht e Kurt Weil, la Berlino dei locali sadomaso, della musica elettronica. Lì la sua anima tormentata potrà forse finalmente trovare pace e silenzio: perché "A nessuno frega un cazzo di te, a Berlino"...
Se ti dicono David Bowie pensi alla creatura glam e bisessuale dai capelli rossi di nome Ziggy Stardust, oppure al crooner pop anni '80 col ciuffo impomatato di "Let's dance", o ancora all'algido cantautore electropop apparentemente immortale degli ultimi anni. Pochi vanno con la memoria agli anni tra il 1975 e il 1979, gli anni berlinesi nei quali Bowie - strafatto di droga, stregato dall'esoterismo e costantemente sull'orlo della paranoia più delirante - realizza gli album "Station to station", "Low", "Heroes" e "Lodger", oltre a produrre e arrangiare (e in gran parte anche comporre) gli album di Iggy Pop "The Idiot" e "Lust for life". Eppure si tratta di anni e lavori decisivi per il suo sviluppo artistico e per la musica rock europea in generale, anni di contaminazioni del tutto inedite con l'avanguardia e la tradizione brechtiana, nei quali Bowie sa prendere il meglio da collaboratori prestigiosi, muovendosi genialmente in un territorio equidistante dal punk carnale di Iggy Pop, dal soul bianco degli album immediatamente precedenti e dall'ambient di Brian Eno. Il giornalista inglese Thomas Jerome Seabrook dedica a questi anni il suo saggio d'esordio, un lavoro equilibrato e che poco concede (ho detto poco, non niente) al gossip e molto si occupa di musica, interessante da leggere come un romanzo. I quattro album di Bowie e i due di Iggy Pop vengono analizzati pezzo per pezzo, arrangiamento per arrangiamento, e non mancano i gustosi retroscena. Per chi ama Bowie, è ovviamente un must.

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