A braccia aperte

A braccia aperte
Samuel Badjang, o meglio il dottor Bad, è un ottimo chirurgo che lavora in provincia di Milano, una persona  seria e stimata. Viene dal Camerun, ma ha preso la laurea in medicina in Italia e veste e si comporta come un qualsiasi medico milanese. La sua vita scorre regolare, come quella di un qualsiasi uomo di mezz’età in carriera e divorziato, quando un giorno dal suo passato compare Gaelle. La figlia che ha concepito prima di lasciare il Camerun ma che non ha mai incontrato, il ricordo di una vita precedente alla sua partenza e alla sua completa integrazione, legato a Nadine, una ragazza con cui non ebbe più che un flirt giovanile. Il dottor Bad ha una comoda e rassicurante cittadinanza europea, ma così non è per Gaelle, e così si ritrova a fare i conti con le file fuori dalla questura, i procedimenti telematici per la richiesta di permesso di soggiorno, e la stantia burocrazia italiana, con tanto di spintarelle e di “favori” guadagnati a suon di sgradite concessioni in natura. Il dottor Bad farà un viaggio dentro e fuori se stesso, rendendosi conto che per gli italiani, dal barista ficcanaso ai funzionari della questura, lui è e rimarrà sempre un “nero”, ed ovviamente non esistono neri italiani...
Ci sono passi illuminanti, in questo libretto così attuale. Ed è triste, ed insieme ridicolo, che da anni si definisca la questione dell’immigrazione e del razzismo come “estremamente attuale”, senza che nulla sembri mai cambiare. Se non per regressione. E’ lo stesso Pallavicini a ricordarcelo, in una postfazione che tristemente ammette “cosa succede alla regolamentazione per l’immigrazione, nel 2009? Nessun nuovo decreto flussi, ma è stato introdotto il reato di clandestinità […] così mi sono risparmiato questo “salto di qualità” nella disaccoglienza del nostro stato. O forse, più egoisticamente, mi sono risparmiato il dolore di doverne scrivere”. E così questa storia ha il pregio di trasudare umanità da ogni poro, cosa per nulla scontata in un periodo così buio sia da un punto di vista del linguaggio e dello show mediatico, che sostanziale. Ha il pregio di mettere in campo, allo scopo, esseri umani per nulla perfetti o idealizzati: ma uomini e donne deboli, polivalenti. Come il dottor Bad, uno che tiene un’agendina con una lista di nomi femminili, e ad ogni “sveltina” fa corrispondere una crocetta accanto al nome corrispondente. Come Temperance, una connazionale così livorosa d’invidia e rancore tipici da paesello africano da non offrire come sostegno ad una Gaelle appena piombata a Padova dall’Africa che un vecchio tuttocittà e molto astio. Come Azzurra Cislaghi, la tipica grassona bionda tinta che lavora nel volontariato perché attratta dalla solita leggenda sui neri e le loro “doti”. Personaggi semplici, passibili di critiche a volontà. Loro come Bossi e Fini, come le prefetture, come il fratello del dottor Bad, Emmanuel, che vive in Francia e si fa trascinare dalla moglie dietro alla Chiesa resurrezionale ed al pastore Jules, un fricchettone dal facile moralismo. Umanità, tuttavia, che va accolta a braccia aperte. Immigrati compresi.

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