Brevi interviste con uomini schifosi

Brevi interviste con uomini schifosi

Per sempre lassù: l’adolescente immobile sul trampolino di lancio. Dopo la lunga attesa in fila indiana per salire i pioli della scala in metallo, eccolo là, immobile, nemmeno dovesse essere per sempre. I sui genitori ai bordi della piscina, la prospettiva è tutt’altra, il vento sorprendentemente presente, il sole mostra tutto con un taglio diverso. Immobilità totale, ma con un effetto domino. La coda dietro a lui preme e spinge per il tuffo, il dettaglio svanisce nel salto e nell’impronta sporca sul particolare di pelle alla fine del trampolino; La persona depressa chiama quotidianamente, ovunque si trovi, in piena notte, dentro al piccolo tabernacolo dell’ufficio, con lunghe interurbane, una ad una, le unità formanti il suo Sistema di Sostegno. Ne fanno parte una corta schiera di amiche, o meglio ex compagne di scuola, che la persona depressa non sentiva da tempo ma che, spronata dalla sua analista, ha valutato e poi scelto e che valgono come rete di protezione contro le frequenti crisi di panico, contro le domande taglienti riguardanti la sua vita, la sua infanzia, il suo futuro, insomma su di lei. I dettagli sono importanti, vanno soppesati, studiati, oggetto d’autopsia, perché è al loro interno che sta la fonte di tutti i mali e la loro soluzione. Allora, sondare e scavare, poi relazionarsi, telefonando al Sistema di Sostegno, con i sensi di colpa che galoppano, perché così facendo di certo le avrà strappate alla loro normale quotidianità, una vita tranquilla e regolare, scandita da ritmi biologici, sessuali, cerebrali, emozionali per lei irraggiungibili. Come irraggiungibile è la sua analista, così strana e poi eterea e poi sempre più dismessa nel suo vestirsi, nel suo apparire per poi scomparire. Suicidio, dicono; Johnny Moncherino, lo chiamano così per via della sua menomazione: un braccio piccolissimo, così lucido da sembrare bagnato. Un orrore che l’uomo espone per sedurre le donne che, davanti al totem, si sentono in colpa, temono la loro crudeltà nei confronti di Johnny che dice di capire, oh sì, di capirle benissimo se non vorranno più vederlo e tantomeno andarci a letto…

Una ventina di racconti che si scombussolano le viscere. Un po’ per le situazioni grottesche che affrontano (depressi incalliti, uomini schifosi col pallino del “fa più male a te che a me, ma è meglio se ci lasciamo perché so come andrebbe a finire con uno come me”, individui afflitti da domande auto-flagellanti sul come mi vedono gli altri di sicuro male allora avevo ragione a pensarlo quindi vado via), un po’, e forse molto, per come si presentano. Claustrofobici, senz’aria, periodi infiniti assolutamente ad alzo zero, pieni zeppi di note che diventano a loro volta racconto nel racconto. Micidiali. David Foster Wallace aveva un bagaglio di genialità che per forza doveva farlo star gobbo sotto al suo peso. Trasportare tutte quelle informazioni, quelle idee, e poi tradurle in romanzi, saggi e racconti doveva essere assolutamente faticoso. Così come faticosa è la lettura dei suoi testi. Ma si tratta di una di quelle fatiche che poi ti appagano, della serie che quando sei in cima al monte e guardi giù ti senti bene. Un po’ invidi chi ha aperto la via, chi per primo la pensò tracciandola, un po’ ti senti come lui per aver resistito fino alla fine, concentrandoti sui personaggi, sulle dinamiche, resistendo alla tentazione di saltare e prendere la scorciatoia e magari perderti un bel panorama. Insomma, la vita è davvero dura ci insegna Wallace, figuriamoci quanto può esserlo raccontarne certi dettagli, certi regressi che forse nemmeno chi li scrive sa bene di cosa sta parlando. Che poi, sarà pure una banalità, ma la vita è anche un certo palcoscenico malconcio, con tutti quei sipari che dovrebbero tendersi e spostarsi e invece non lo fanno. Sono cose che uno vorrebbe raccontare, poi legge Wallace e scopre che uno bravissimo lo ha già fatto. 

 


 

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