Breviario dei vinti

Breviario dei vinti
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Spremere. Nel corpo. Il dolore e l’angoscia. La malinconia e il languore. Cielo e astri scendano giù, fuoco e fiamme sulla pelle, carne tra la carne. Passeggio infinito, il peso della putredine, il fragile scompiglio continuo che scroscia in ogni istante. Senza avvenire, passato che sfuma. Senza sarà, senza è stato. Senza essere. Ri-conoscere apparenze, sapere illusioni. L’uomo vuole esistere, vuole finitudine, vuole scopi. Insensatezza reale. Vuole credere, vuole religioni che lo leghino a un cielo lontano. Ma un diavolo si è intrufolato nell’occhio di Dio, e scava a fondo. Il Male si fa conoscere, apre le pieghe del volto. Roma si è espressa in una violenta apoteosi di espansione, si è fatta universo e si è dissolta, senza tranquillità, senza risparmiare nulla. Roma, lontana. Radici rumene, radici valacche di un popolo che langue lontano dalla gloria, dallo splendore: “ogni rumeno è un ergastolano del tempo”, figli di un popolo sventurato. Strappate, consumate, svuotate. Il tempo schiavizza, piega, assolutizza, fa tremare di paura. Nel nulla si respira. Vita, melanconia senza fine, dove non è rifugio per nascondersi, ovunque guardo è “me che vedo”. Forse la compagnia della musica, le cui vibrazioni non sono legate a oggetti, esseri, essenze e apparenze, forse la musica, dopo aver assaporato e abbandonato la religione. O, come una fiamma, possibilità di non essere, in altezza avvicinarsi alla tomba. Il mondo non è…

Settanta (de) cadenze cadenzate. Divagazioni personali e transpersonali. Viaggio tra Parigi e Romania e Roma e mondo. Silenzio e musica. Tra il 1940 e il 1944, Hotel Racine a Parigi, Emil Cioran compone questo breviario dei vinti, dei vinti all’apparenza, all’esistenza a tutti i costi, allo scopo, alla finitudine, all’essere. Scarne e scarse parole possono qui solo tentare di suggerire la lucidità di passaggi di diversa grandezza, focali a perlustrare – in organica presa / voci del “mio sangue” nella rovina sonora dello spazio – il muoversi del dentro/fuori dello scrittore, dell’uomo, del “vinto”. Il flusso del pensiero, la consistenza della carne. Le illusioni, il reale, l’insensatezza, il sentire. Più forte di qualunque spiegazione scorrono verbi: spremere, strappare, consumare, svuotare. “Le nostre vibrazioni costituiscono il mondo; la distensione dei nostri sensi, le sue pause”. Ciò che si fa nella noia: l’uomo. Tenace volontà di stare assieme alle cose destinate alla vita, e morire con esse. Morte. Mai. Rientrare nei mondi dove spirano stanchezze. Immagino un lungo andare scorrere nei boulevards parigini, là dove il cielo si allunga lontano e il fascino risiede nell’impossibilità di essere blu del cielo stesso. Città che ci capisce. Noia parigina, meridionale, balcanica. Parigi e Balcani. Sognare della terra su “rocce erose dagli abbracci della schiuma”. Interiezione liquida e infinitamente reversibile: il mare, immagine diretta e ritratto immediato del cuore.



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