Brividi immorali

Brividi immorali

Emanuela siede in un cinema, luci di mezza sala durante la pubblicità, ed il suo sguardo cade casualmente su qualche fila più avanti. Avrebbe evitato volentieri la situazione nella quale si sta per cacciare, ma ormai è troppo tardi. Proprio davanti a lei scorge la chioma biondissima dell’amica Giovanna: è assieme ad un uomo, si scambiano effusioni, si sentono risatine sommesse. Quando l’amica si gira per chiamare il venditore di gelati, Emanuela si rende improvvisamente conto che il tizio seduto accanto a Giovanna non è il marito Walter ma un perfetto sconosciuto. “Giovanna tradisce Walter. Tradisce anche noi e la nostra fiduciosa convinzione che il loro sia un matrimonio felice”, pensa Emanuela, logorata dall’indecisione su cosa fare. Deve anche lei tradire la sua più cara amica rivelando la sua infedeltà, deve mantenere il segreto e non parlarne con alcuno o deve affrontare Giovanna e farle sapere che non approva la sua condotta?... Periodo natalizio, cena in famiglia. “Perché non ne prendi ancora un po’? Non ti piace?” insiste la mamma, nel suo vestito buono “piuttosto ordinario, e la sua composta messa in piega”. Susanna riesce solo a pensare che per fortuna l’inverno le permette di indossare il suo maglione di lana a collo alto, ed almeno le è risparmiato “il supplizio di sentirsi sulle spalle e le braccia troppo magre lo sguardo apprensivo della madre”. Cosa fare in questa situazione? Dire la verità, che non ha fame, e affrontare l’ansia crescente della donna, le discussioni fra lei ed il marito che poi degenererebbero in furiosi litigi con la conseguenza che il padre – sotto pressione – si sentirebbe costretto a rimproverarla? Affrontare questo inferno? No, l’unica soluzione è mentire... Marta scende ciabattando al piano terra, in cucina, dove scorge i resti della festa che si è tenuta la sera prima. C’è una strana atmosfera, cupa, i suoni stessi che provengono dalla casa “non hanno il solito amichevole riverbero, ma anzi sprofondano in un silenzio indifferente”. La nonna ha lo sguardo opaco, spento; la sua adorata cugina Agata se ne va via frettolosamente trascinando una valigia. Su tutto, le urla della madre dal piano di sopra “Con una ragazzina! Con tua nipote! Che schifo!”...

Si racconta che sia stata l’editore Elisabetta Sgarbi ad incoraggiare con un’energica “azione di pressing” Laura Morante affinché scrivesse un libro. E leggendo questi quindici racconti (otto lunghi e sette brevi interludi) con i quali l’attrice e regista toscana ha firmato il proprio esordio narrativo, la prima domanda che sorge spontanea è perché non l’abbia fatto prima. I personaggi dipinti dalla Morante si muovono quasi sempre in situazioni domestiche o comunque in cui la famiglia – definita dall’autrice, parafrasando il pensiero di un amico, un “mattatoio” ‒ gioca un ruolo fondamentale, nel bene o nel male, perché è in seno ad essa che assieme alla costruzione degli affetti si generano anche i primi conflitti. C’è la storia di una donna travolta dal dubbio di rivelare o meno l’infedeltà della sua più cara amica e che pagherà a caro prezzo la scelta di non tradire l’amicizia; la vicenda di due bambine legate da un complesso rapporto di amore-odio, segnato dal profondo senso di colpa che la più fortunata economicamente e socialmente prova nei confronti dell’amica meno privilegiata; la vita di una ragazza con disturbi alimentari oppressa da una madre ossessiva. Solo per citarne alcune. Sono quasi tutte figure femminili (sorge spontaneo chiedersi quanto di autobiografico ci sia in esse), tutte – chi più chi meno – lacerate dal conflitto tra la ricerca della propria felicità e ciò che è giusto; tra la menzogna e la Verità, a volte giungendo alla conclusione che “[...] bisogna mentire, non c’è altra soluzione”, altre volte pagando a caro prezzo il loro profondo attaccamento al senso di lealtà e fedeltà che le caratterizza. Tutte colte in situazioni di cui il lettore percepisce quasi fisicamente il senso di attesa, di sospensione che le domina. A questi splendidi racconti, dallo stile limpido, curato e scandito da un ritmo quasi musicale, fanno da controcanto sette brevi interludi incastonati fra i pentagrammi disegnati dal Maestro Nicola Piovani; sono immagini immediate, piccole riflessioni, “febbri, momenti di ingiustificata intensità di sentimenti” come li ha definiti l’autrice stessa, in cui si dà ad esempio consiglio su come superare velocemente una vecchietta che si sta recando al nostro stesso supermercato senza ledere la sua sensibilità, o in cui si descrive la sofferenza, autentica, di un uomo che si vede costretto a gettare nei rifiuti una zucchina rovinandosi così l’intera giornata al pensiero della sorte dell’ortaggio (“Dal ronzio scaturisce, fulminea, l’apparizione lancinante della zucchina, sommersa, ormai, da una valanga di rifiuti imputriditi”). Su tutto, la voce melodiosa della Morante, lo sguardo ironico, l’invito ad aprirsi a nuove prospettive e “Una buona volta, lasciarsi trascinare verso la cascata […] Galleggiare tranquillamente sulla schiena, con lo sguardo rivolto al ponte oscillante, ai sentieri scabrosi e impervi. Lontanissimi, ormai”.



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