Bubelè ‒ Il bambino nell’ombra

Bubelè ‒ Il bambino nell’ombra

Bruxelles, 1942. Bubelè aspetta “domani”, guarda a lungo la finestra. La mamma dovrebbe tornare domani, ma un bambino di quattro anni non sa quanto può durare fino a domani. Non capisce perché la guerra c’è solo per i suoi genitori che se sono andati via, mentre la gente di Bruxelles resta. La sua “madre di guerra”, Tanke, è dolce e inquieta, il marito Nunkel Van Hendelè forte, un eroe, ex combattente della guerra ‘14 - ‘18. Abitano in una piccola casa di operai nel comune di Ganshoren-s/Haine, cinque minuscole stanze in cui vivono due famiglie, i Van Helden, e i coinquilini Cécil, sorella di Tanke e il marito Emile, per tutti Cil e Mil. Cil ha paura di essere in pericolo per la presenza in casa del piccolo, che dorme sul divano rosso in camera di Nukel e Tanke. Bubelé si sveglia di notte, non riesce a respirare, ha una crisi di asma, Tanke si spaventa. Bubelé sente un odio grandissimo per sua mamma che non torna. Ogni notte Tanke si alza per aiutarlo a usare il vaso da notte, ha la mania delle pulizie. È mattina presto. Bubelé sogna di passeggiare con lei in una piazza, ha la vescica che sta per scoppiare e così si avvicina a un albero e fa la pipì. Quando si sveglia è tutto bagnato, pensa che ora lo manderà via, così resta a letto il più possibile, cerca di non esistere, domani non è ancora arrivato…

In Bubelè. Il bambino nell’ombra lo scrittore e drammaturgo Adolphe Nysenholc recupera i suoi ricordi di “bambino nascosto”, salvato dalle retate naziste come altre migliaia di bambini grazie all’intervento di persone di buona volontà. Nysenholc mette in ordine cronologico i frammenti di memoria, infilandoli uno per uno come in una collana di perle, che sono lacrime. Tra una reminiscenza e l’altra tante riflessioni che sono come nodi in gola per la nostalgia, o come garbugli da sciogliere, o come interrogativi a cui dare risposta, o legami da capire, o come essenza-fulcro della storia da trovare, ma soprattutto come nodi da fare al cuore per non dimenticare. È stato scritto tanto sulla persecuzione nazista, sui campi di concentramento e su chi ha messo a rischio la propria vita per salvare bambini e famiglie intere. Tanto è stato detto, ma tanto deve essere ancora raccontato, come dimostra questo libro in cui Nysenholc dà voce al bambino che è stato, Bubelé appunto, che letteralmente in yiddish vuol dire nonnina, ma è anche un vezzeggiativo che “incarna tutto l’amore struggente e superfluente per i propri piccini esposti nell’esilio a così tanti pericoli”, come spiega Moni Ovadia nella prefazione. Imparare a essere invisibili nel quotidiano per sopravvivere, scoprire la salvezza data dalle bugie, sentirsi a metà, senza appartenere completamente fino in fondo a nessuno e a niente. Nelle ultime pagine Nysenholc scrive che ormai adolescente gli fecero vedere il film Il monello di Charlie Chaplin e in quell’occasione ebbe una sorta di “proiezione anamorfica” della sua vita, infine ha trovato un modello in cui si identifica pienamente: è lui il monello abbandonato, rapito, lui è il figlio di Charlot. Intenso, commovente, potente.



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER