Bugiarda

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Fine agosto, Israele. La diciassettenne Nufar Shalev lavora da un paio di mesi come commessa in una gelateria del centro. I genitori l’hanno elogiata per la sua scelta di trovarsi un lavoretto durante le vacanze estive, ma non immaginano nemmeno il motivo per cui la figlia ha fatto quella scelta. Non per guadagnare qualche soldo come tanti suoi coetanei, ma per stare tutto il giorno lontano da casa, a quasi un’ora di autobus dal suo quartiere, “per gli occhi sconosciuti, benedetti” che non sanno nulla di lei, che non sanno che di lei non c’è nulla da sapere, perché non le è mai successo nulla di nulla. “Nessun guaio. Nessuna avventura. (…) Un’esistenza marginale e scialba”. Niente a che vedere con sua sorella minore Maya: la bellissima Maya, che ha movenze così armoniose “che i semafori della città le rendono omaggio”, facendola incedere “tra uno sbocciare di semafori verdi”. Nufar cerca spesso di imitarla, ma è inutile. Lei non sarà mai come Maya. In gelateria capita gente di tutti i tipi, una volta persino compagni di scuola della ragazza – che imbarazzo!, ma questo signore le è sin da subito antipatico. Sbuffa, è nervoso. Nufar non lo sa, ma è un cantante e ha appena ricevuto un sms dal suo agente che gli ha comunicato che non parteciperà al programma televisivo a cui puntava forte. Il momento della gloria è passato per Avishai Milner, che sette anni prima ha trionfato al più importante talent show canoro israeliano. Sono passati per sempre i giorni degli applausi, dei milioni di voti dei telespettatori, delle donne che gli saltavano addosso per fare sesso, dei soldi. E perché sono passati? Per nessun motivo. È questo che più di ogni altra cosa lo angustia. “La totale casualità della sua caduta” lo atterrisce, perché sembra alludere “a una casualità altrettanto assoluta nella sua ascesa, non diretta conseguenza del suo talento bensì incidentale coincidenza”. Nervoso per l’sms, Avishai protesta con Nufar per la sua lentezza: “Ma però è una cosa fuori dal mondo!”. Lei lo corregge, non a caso è la figlia di una insegnante di Lettere, “Ma però” non si dice. E l’uomo a quel punto perde letteralmente la testa…

Un battibecco tra un cliente maleducato e una commessa goffa è un fatto spiacevole, ma nulla di più. Se però quel cliente insegue la commessa in lacrime nel cortiletto nel retro del negozio insultandola pesantemente e la prende per un braccio, se una piccola folla accorre attratta dalle grida della ragazza, se una soldatessa la soccorre chiedendole se quell’energumeno la stia molestando… beh, a quel punto siamo a un bivio esistenziale. Dire la verità e lasciare che quell’improvviso clamore si spenga in pochi minuti o restare al centro dell’attenzione, finalmente circondata dall’affetto di tutti, finalmente protagonista? Nufar Shalev sceglie la seconda strada e alla domanda della soldatessa annuisce col visetto rigato di lacrime, segnando con quel gesto piccolo, apparentemente insignificante, il destino suo e dell’ex star pop Avishai Milner. Scoppia un terribile scandalo e Nufar assaggia il dolce sapore del sentirsi appoggiata dalla comunità, dai media, da amici e familiari. Inebriata dal potere e dal piacere, continua a mentire, scopre di poterlo fare con facilità e senza rimpianti, fregandosene delle conseguenze: finalmente ha la sua vendetta, finalmente la sua frustrazione da adolescente ha uno sfogo. Ma attenzione: la ragazza non è l’unica bugiarda del romanzo (che – curiosità – in ebraico si intitola indicativamente La bugiarda e la città ed è ispirato ad un fatto di cronaca che ha coinvolto una ragazzina eritrea). Qual è la linea di demarcazione tra le bugie innocue e quelle dannose? C’è una differenza morale o è solo un nostro modo di autoassolverci? Se lo domanda e ce lo domanda Ayelet Gundar-Goshen nel suo terzo romanzo, un acuto apologo sull’ambiguità degli esseri umani e della società che hanno costruito, sul potere che le parole hanno nel plasmare la realtà, sull’importanza che ha la nostra “audience” sui nostri comportamenti e sulla costruzione della nostra personalità, vera e/o simulata. Temi importanti, interrogativi profondi: ma la scrittrice israeliana li affronta con leggerezza e ironia, con un approccio da commedia sofisticata più che da dramma esistenziale o da pamphlet sociale. E sfoggiando un coraggio che sfiora l’incoscienza, in tempi di #metoo, anche se il tema dello stupro qui è solo un pretesto per esplorare la terra di confine tra giusto e sbagliato, morale e immorale, vero e falso.



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