Buick 8

Un caldo pomeriggio del luglio 2001, l’agente della Pennsylvania State Police (PSP) Curtis Wilcox aveva fermato un autoarticolato a 16 ruote all’incrocio tra la State Road 32 e Humboldt Road e stava controllando una gomma a brandelli quando la dannata vecchia Buick Roadmaster di quell’ubriacone di Bradley Roach lo ha investito, uccidendolo sul colpo. Suo figlio Ned, che frequenta l’ultimo anno di liceo, è stato subito “adottato” dai colleghi del padre e ormai è una presenza fissa alla stazione della squadra D della PSP. Mentre i suoi amici passano i pomeriggi al campo di football a studiare tattiche, placcare manichini e “scambiarsi dei gran cinque”, lui è alla stazione di polizia a fare lavoretti gratis. Pian piano il ragazzo entra nel cuore di tutti, e così viene naturale raccontargli storie di lavoro, aneddoti sul padre o sulla squadra D. E, un anno dopo, arriva il momento persino di svelargli il segreto del capannone B. Lì dentro, coperta da un telone, c’è quella che sembra una Buick del 1954. Sembra. Perché non è del 1954, invece. Né è una Buick. Non è proprio un’automobile. Tutto era iniziato nel 1979, un mattino d’estate, ad una pompa di benzina poco lontano. Ci lavorava un ragazzetto di vent’anni, Bradley Roach (sì, proprio quel Bradley Roach). La Buick Roadmaster blu notte si era fermata senza emettere un suono e ne era sceso un tipo stranissimo intabarrato in un impermeabile nero e cappellaccio. “Il pieno”, aveva sibilato con una voce sinistra, e si era diretto alla toilette. Mentre Brad metteva la benzina aveva dato un’occhiata alla Buick: non aveva targa posteriore né portatarga, il volante era enorme e di legno intarsiato e altri particolari sembravano bizzarri. Dopo trentacinque minuti, il tipo non era ancora uscito dal bagno. Il ragazzo andò a cercarlo, ma non trovò nessuno…

Marzo 1999. Durante un lungo viaggio dalla Florida al Maine su un pick-up carico fino all’inverosimile di mobili, libri, vestiti e chitarre, Stephen King si ferma a fare benzina nella campagna della Pennsylvania occidentale. Va a fare pipì e a sgranchirsi le gambe dietro al fabbricato dove sono le toilette, sul ciglio di una scarpata fangosa disseminata di vecchi pezzi di ricambio che porta a un torrentello. Scivola su un po’ di neve ancora non sciolta e solo aggrapparsi al vecchio assale arrugginito di un camion lo salva da un bagno fuori programma nel torrente gelido, o peggio. Con un po’ di imbarazzo, King torna alla pompa di benzina, sale sul suo pick-up e riparte. Durante il viaggio rimugina sull’accaduto e partorisce una storia. Questa. A parte lo spunto “autobiografico”, l’interesse nella lettura di Buick 8 sta più nel “come” la trama si sviluppa che nel plot erratico e sconclusionato. Non importa tanto questa misteriosa entità a forma di automobile che partorisce strane creature ed emette luci misteriose, quanto le voci dei poliziotti che per più di vent’anni l’hanno custodita e ne tracciano l’epica, per così dire. È del tutto evidente come King goda nel ricreare il loro linguaggio, le loro abitudini quotidiane da provincia profonda degli Stati Uniti. È però altrettanto evidente che un romanzo del genere – lento, statico, basato più sull’implicito che sull’esplicito, molto “parlato” e che termina senza spiegazioni né catarsi – sia poco apprezzato dai fan dell’horror duro e puro. Eppure…



 

 

 
 
 
 

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