Buio

Buio

Grammofono, detto Gram, è un bambino di quasi sette anni ma molto più piccolo per la sua età. Il padre è quasi sempre fuori casa – non si sa bene che lavoro faccia – e la madre di soli ventitré anni spesso si assenta per molte ore lasciando Gram ad annoiarsi sul terrazzino di casa. È in uno dei suoi lunghi pomeriggi trascorsi ad osservare i piccioni che Gram scorge sulla panchina di fronte a casa un curioso personaggio che lancia sassolini nella sua direzione: la giacca grigio lucido come piume iridiscenti e le scarpe gialle, che sia forse un piccione gigante?... Viollca aspetta dietro la finestra del soggiorno con il suo orso di peluche in mano l’auto che la deve portare in Italia, mentre la madre ed il padre cercano di rassicurarla “Fai un po’ di soldi e poi torni. Ti serviranno per sposarti. E poi dobbiamo rifare anche il tetto. Vai, Viollca e zoti të shpëtoftë, Dio ti guardi”... Tano ha soli undici anni e ha appena denunciato il padre per violenza carnale. La madre e i fratelli sostengono che sia un’invenzione di un ragazzino pieno di fantasia, ma Tano non intende rivedere la sua deposizione... Mara Grado è giunta sino a Buenos Aires per assistere la figlia, che deve affrontare un parto difficile. Mentre passeggia per una delle strade più eleganti della città entra in un negozio di articoli da regalo. Qui, con sorpresa e colta dal panico, riconosce nel vecchio proprietario Hans Kurtmann uno dei più brutali ufficiali delle SS... Una donna cammina lungo il Corso con passo affrettato e tenendo stretta nella mano la manina della nipote Agatina. La bambina è vestita come se avesse cinque anni, mentre ne ha già compiuti otto. Agatina si fa sempre più riottosa man mano che si avvicina alla casa dell’appuntamento: lì le attende un uomo anziano dal collo magro e rugoso. “Sarai brava, amore mio?” la redarguisce la nonna “dopo andiamo dritto in pasticceria (…) ora devi solo chiudere gli occhi e pensare a un bel gioco”...

 

 

Sono solo alcuni dei dodici racconti racchiusi in questo volume che valse a Dacia Maraini il Premio Strega nel 1999. Sono storie buie, nere, proprio come i pesciolini alla liquirizia che adora mangiare Adele Sòfia, la commissaria che indaga su queste vicende di solitudine e sopraffazione. Dal bambino trascurato da genitori allo sbando e che cade nelle mani di un insospettabile pedofilo che sfrutta a suo favore la passione del piccolo per i piccioni, alla ragazzina albanese venduta dai genitori e finita in un terribile giro di prostituzione; dalla suora vittima di uno stupro costretta a mandare in orfanotrofio la sua piccola bambina (e a soffrirne fino alla morte) al pastore Ahmed ingiustamente accusato dello stupro e dell’uccisione di due ragazze. Storie tristi e cupe (narrate con stile semplice e apparentemente con tono distaccato, ma non per questo meno angoscianti) in cui le vittime sono spesso le donne ed i bambini e in cui i carnefici ‒ amici, talvolta familiari o comunque persone insospettabili ‒ sfruttano innocenza e fiducia per soddisfare i propri biechi desideri. Unica consolazione sapere che, almeno nella finzione narrativa, esiste un lieto fine grazie agli interventi puntuali di Adele Sòfia che riesce sempre ad assicurare i colpevoli alla giustizia. Una magra consolazione, uno spiraglio di luce nel buio che sappiamo ‒ nella realtà ‒ essere ben più fitto ed insondabile.



 

 

 
 
 
 

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