In buona fede

In buona fede
Si chiama Spademan. È un netturbino. E uccide per soldi. Niente di personale. Non gli interessa nemmeno il perché. Chiede a chi lo ingaggia di vederlo come un proiettile. Non vuole conoscere le motivazioni di quelli che lo contattano. Non gli importano. Non è il loro confessore. Devono puntare, sparare e basta. Usarlo come un proiettile, appunto. A lui interessa solo il nome di chi deve fare fuori. Uccide uomini. Uccide donne perché non fa discriminazioni. Non uccide bambini. A volte non uccide per denaro, ma per ricompense di altro genere. Ma sempre per lo stesso motivo. Perché gliel’ha chiesto qualcuno. E basta. Un amico giornalista gli ha detto che nel suo mestiere, quando tralasci qualcosa di importante all’inizio di un articolo, stai “seppellendo la notizia”. Lui vuole solo essere sicuro di non seppellire la notizia. Anche se non sarebbe la prima cosa che seppellisce…
In procinto, stando a quel che si dice, di diventare un film con Denzel Washington, premio Oscar nell’ormai lontano duemiladue come miglior attore protagonista con Training Day, e nel preistorico millenovecentonovanta da non protagonista per Glory, è ambientato in una New York distopica del futuro. Ossia, come pressappoco una buona metà del cinema hollywoodiano degli ultimi trent’anni e la gran parte parte della letteratura, specie di quella di genere, di quei decenni e non solo. Già New York è un simbolo di per sé, figuriamoci quando ci troviamo di fronte a una realtà che si fa cruda e spersonalizzante. È il paradigma della metropoli che non dorme mai e nella quale l’umanità sembra perduta, dispersa tra l’arrivismo e la crudeltà gratuita, eppure c’è spazio ancora per i valori. Ha un buon ritmo ed è scritto bene in modo asciutto e teso, ma non brilla per originalità.

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