Butcher’s Crossing

Butcher’s Crossing
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Con in tasca il denaro ereditato da uno zio, William Andrews lascia Harvard al terzo anno di università e viaggia verso Ovest: su un treno finché ci sono rotaie e su un carro quando i luoghi si fanno meno esplorati. Lo accolgono larghe distese di polvere e vuoto; e terra, che si alza per un attimo al passaggio della locomotiva o delle ruote e poi torna in basso, a richiudersi nel suo mistero selvaggio. Destinazione Butcher’s Crossing, Kansas: qualche baracca, mani ruvide di cacciatori, prostitute dallo sguardo stanco, un materasso sudicio in una stanza in affitto e una tinozza d’acqua riscaldata per stingere appena qualche macchia di stanchezza. Andrews incontra McDonald, anziano commerciante di pelli, e gli spiega che è arrivato fin là per conoscere il paese, il più possibile. Il vecchio scuote la testa, ha già capito cosa cerca quel ragazzo e lo avverte: «Ascoltami bene. Se inizi a frequentare quella gente, ti rovinerai. Ah, se ne ho visti. È una smania che ti entra dentro come le zecche dei bisonti. Non ti importerà più niente di niente». Sono parole che però non spaventano William e a McDonald non resta che fare un nome: «Miller. È un cacciatore, ma meno bastardo dei sudisti o degli yankee più rozzi». E quando alla locanda Andrews lo trova, bastano pochi minuti per stringere un accordo: il ragazzo potrà far parte di una spedizione di caccia, a patto che la finanzi con seicento dollari. Miller poi ingaggerà lo scuoiatore Fred Schneider, si procurerà la polvere da sparo, alcuni fucili, i cavalli, dei buoi e un carro da far guidare a Charley Hoge, avido lettore della Bibbia e fidato compagno di viaggio. Secondo Miller, tra le Montagne Rocciose del Colorado, al di là di quel mare d’erba gialla che è la pianura, c’è un luogo nel quale corrono liberi migliaia di bisonti: ucciderli, scuoiarli e poi venderne le pelli potrebbe farli diventare ricchi. Per far tutto basterà un mese, un mese e mezzo al massimo. Lassù, intanto, le cime degli alberi ondeggiano cupe fra i sibili del vento...

Per arrivare in Italia Butcher’s Crossing ha impiegato ben più del lento carro su cui viaggia Andrews all’inizio del libro: cinquantatré anni. La prima pubblicazione negli USA, infatti, risale al 1960, cinque anni prima di Stoner: il terzo e più noto romanzo di John Williams (pubblicato in Italia, sempre da Fazi, nel 2012). Anche se i protagonisti delle due opere condividono il nome e l’età attorno ai vent’anni, William Stoner e William Andrews sono piuttosto diversi, quasi speculari. Il primo è un ragazzo che per studiare all’università si trasferisce dalla campagna alla città e lì rimane, come una pietra incastrata nel terreno, per il resto della vita; Andrews è invece un borghese che si allontana dalla East Coast per cercare quel che manca nel suo gelido mondo accademico: la natura selvaggia del West. Inoltre, mentre Stoner era ambientato durante la prima metà del Novecento, Butcher’s Crossing va più a ritroso, attorno al 1870, e racconta un’America remota, polverosa e inospitale. Se ci trovassimo lì con Andrews a respirare a pieni polmoni, ci verrebbe sicuramente da tossire: non è un luogo a misura d’uomo. Eppure, ogni personaggio di Butcher’s Crossing cerca a suo modo di farlo proprio e dominarlo, quasi sempre con maniere tutt’altro che gentili: Miller è un sognatore della peggior specie, che calpesterebbe chiunque pur far avverare i suoi desideri e la sua caccia è pura follia omicida; Schneider scuoia gli animali con assoluta freddezza e parla delle donne come di oggetti da possedere e Hoge legge la Bibbia tra un sorso di whisky e l’altro, più per un gesto scaramantico che per fede. Davanti a questo terzetto non certo esemplare, il giovane William cambia: la pelle delle mani gli si indurisce a forza di scorticare i bisonti e quel che da ingenuo studente pensava del West si scontra con una realtà ben diversa. Tutti i personaggi sono descritti con precisione e cura: c’è una luce fioca che irradia le pagine, come se fossimo seduti anche noi attorno al fuoco con Miller, Schneider, Hoge e Andrews. Gli odori sgradevoli del loro corpo salgono al naso, ogni ruga dei loro volti si nota e risalta soprattutto quel vuoto dentro le loro pupille, come un pensiero diluito nel niente. Pur raccontando di una mondo apparentemente così lontano (caccia ai bisonti, pelli essiccate al sole, mezzi di trasporto lentissimi, proiettili fatti a mano), Butcher’s Crossing sa essere specchio anche della società di adesso: lo si capisce quando si arriva alla fine del romanzo e sembra che tra gli anni Dieci e il 1870 non ci siano che un paio di passi di distanza e sempre quello stesso sentiero, percorso e ripercorso dagli infimi egoismi dell’uomo, all’ombra di gigantesche montagne.



 

 

 

 
 
 
 

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