Céline magico

Céline magico

“Posso raccontare delle leggende con la stessa facilità con cui si piscia, una facilità che mi disgusta, degli scenari, dei balletti, quanti se ne vuole, mentre sto discorrendo, è veramente là il mio dono- io l’ho piegato al realismo per odio verso la crudeltà degli uomini- per il gusto della lotta- ma in realtà la mia musica è la Leggenda”. Céline visionario, Céline profetico, amante di artisti contrapposti come Pieter Brughel e Jeronimus Bosch. Naturalismo e sogno. Invettiva e poesia. Realtà e allucinazione. Lucidità che descrive il delirio. Discendere nell’intimità della vita e avere così in pugno la storia. Ma come nascondersi da tutti gli orrori del mondo, dalla ferocia di due guerre mondiali? Solo attraverso la magia, l’incantesimo. La realtà gli appare infinitamente pesante, piena di personaggi calcolatori, insistenti, passivi, inchiodati a interessi, passioni, vizi, virtù, abbruttiti, penosi, carichi di pregiudizi, odio e vanità… tutta l’opera di Céline è un grande diario intimo e allucinato che discende nell’intimità delle cose, nella fibra, attraverso una tensione poetica costante. Ma a nutrire la costante poetica sono proprio i miti e gli archetipi di un mondo sovrasensibile: la danza, la musica, le leggende, l’arte, il vento, i castelli, il mare, i gatti, i fantasmi, le fate. Quelli che lui chiamerà i Fiori dell’Essere, le Onde, flussi creativi legati all’intuizione di un Altrove parallelo e superiore al nostro. Così che scrivere diventa un gesto magico e nelle parole si trova il canto dell’anima…

Affascinato dalla morte e aggrappato alla vita, cinico, iperrealista, poetico, volgare, antisemita, anarchico. Di Louis-Ferdinand Céline si può dire tutto e il contrario di tutto, ma una cosa è certa: la letteratura del secondo Novecento deve pagare il suo debito artistico nei confronti di questo inarrivabile scrittore. Céline è un personaggio dalla natura contraddittoria, che disprezza l’essere umano e lo considera un fallimento, “una scimmia lubrica con uno spaventevole potere distruttore”. La realtà è un incubo continuo. Tuttavia conserva un’intimità ben diversa, una sensibilità poetica quasi magica. Insomma due Céline: l’accanito accusatore della crudeltà umana e il sognatore. E se il primo lo conosciamo bene, poco si sa del secondo. Nel suo breve saggio Marina Alberghini ci svela proprio questo lato inedito e misterioso, legato all’immaginario, alla “féerie”, la magia. “Io sono celtico, prima di tutto”, confida lo stesso Céline, “un sognatore bardico” che si nutre dei Fiori dell’Essere, quasi una contrapposizione ai baudelairiani Fiori del male. Perché così come in Baudelaire, anche in Céline la coscienza del male diventa condizione per poter essere artista, ma mentre il primo ci consegna i propri “fleurs maladives” (“fiori malati”), i fiori di Céline sono fatti di luce, fantasia, sogno e bellezza. Dietro la realtà dura e cruda si trova l’incantesimo, il rifugio dagli orrori del mondo. Simboli e sogni sono capaci di andare oltre la ragione e oltre la Storia, poiché “la vita vista con la testa non vale più che vista da un pesce rosso”. Ma bisogna ringraziare Nonna Céline Guillou, la Maga benefica (della quale prenderà il cognome), perché è lei ad aver insegnato al nipote Ferdinand il potere dell’immaginazione, attraverso i libri di favole e i film di Georges Méliès, proteggendolo materialismo e da un sistema educativo autoritario e violento. Una nota di merito va all’autrice del saggio ‒ già nota per la prima biografia italiana di Céline ‒ per l’approfondita ricerca svolta. Grazie, Marina Alberghini.



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