C’è ma non si

C’è ma non si
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Genevieve Lee e suo marito Eric, come ogni anno, organizzano una cena speciale in cui invitano conoscenti con cui di solito non escono, insieme ad amici di lunga data. Una serata “alternativa”, in cui poter incontrare persone diverse e lontane dal proprio mondo dorato nella periferia ricca di Londra. Lo scorso anno a deliziare le chiacchiere c’erano musulmani ed ebrei. Quest’anno una coppia di docenti universitari con la loro figlia e, persino, un uomo gay di sessant’anni con quello che dovrebbe essere il suo partner. Proprio quest’ultimo, Miles Garth, che si rivelerà poi essere solo una conoscenza superficiale di Mark ‒ il gay amico di amici ‒, quasi alla fine della cena sale le scale del primo piano forse per andare in bagno e decide, invece, di chiudersi dentro la camera degli ospiti della famiglia Lee e rimanerci barricato per lungo tempo. La sua automobile è ancora nello spazio riservato ai residenti con una multa in bella vista, e la sua giacca sul divano dove era stata riposta. I Lee non possono semplicemente buttare giù la porta: la loro casa ha un valore storico e quella porta non può essere facilmente rimpiazzata. Fra le tracce lasciate nella giacca c’è anche un nome, Anna, un contatto giovanile di Miles. Una ragazza conosciuta durante un viaggio organizzato da una banca nel 1980 per gli studenti delle scuole superiori in grado di scrivere un tema decente sul futuro che avrebbero vissuto al passaggio del Millennio. Adesso, cresciuta e in un momento triste della sua vita, deve ricordare chi fosse quell’uomo di cui sa davvero poco. Proprio come Mark, che quella sera l’ha portato con sé casualmente solo per salvarsi da un possibile disagio, non pensando di ritrovarsi in seguito in una situazione peggiore…

La scrittura di Ali Smith è contorta e bella come le sue storie. In questo romanzo sui rapporti interpersonali la storia di un segregato in casa (letteralmente) riecheggia nelle parole di chi la conosciuto per caso. Nessuno, infatti, di coloro che si ritrovano a parlare di Miles ‒ ovvero i protagonisti del libro ‒ può vantare una conoscenza pluriennale. Anna lo ha incontrato in un viaggio quando era adolescente. Mark quasi per caso. May Young se lo ha conosciuto potrebbe non ricordarlo. Brooke lo ha visto a cena con i suoi genitori e gli parla al di là di una porta. Alla base di tutto non c’è la follia di un uomo, ma la difficoltà di vivere con gli altri. Il ritratto dell’alta borghesia, l’highbrow di Greenwich, con quella puzza sotto al naso e la voglia di mischiarsi al volgo anche solo per una cena annuale, è divertente e la descrizione della serata in cui tutto ha inizio è una bellissima prova narrativa della grande scrittrice scozzese. Ali Smith dimostra di essere ancora una volta un piacere da leggere: ironica, ma mai interessata al giudizio positivo (per leggere i suoi romanzi ci vuole una certa dose di pazienza). Lo dimostra il capitolo dedicato a Mark con quelle rime baciate e quei discorsi con la madre morta che in alcuni punti avrebbero potuto subire un taglio a favore del lettore. Ma lo dimostra, soprattutto, il personaggio di Brooke, ragazzina iperdotata, saccente e dall’intelligenza superiore, che irrita gli adulti semplicemente con la sua presenza. Brooke fin dall’inizio, con la sua letteralità indisponente, è perfetta nel momento in cui appare nel romanzo e rimane quella che si ricorda maggiormente quando lo si è finito. C’è ma non si è un titolo curioso, irrisolto e senza un apparente senso, che si consiglia vivamente al lettore di non cercare.



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