C’era una volta Andreotti

A Segni, suo paese natale, è sempre stato ricordato come orfano di padre, perché Alfonso Andreotti, maestro elementare, morì che il piccolo Giulio aveva solo tre anni. Era il 1921: nel 1934 sarebbe morta per una polmonite anche Elena, la sorella di diciotto anni. Per lui un’infanzia modesta (pensione di guerra e sussidi fascisti l’unico introito familiare) e rigidamente anaffettiva (la leggenda – da lui confermata – vuole che la madre non l’abbia mai baciato), vissuta a Roma all’ombra di suore e preti e con amici tutti cattolici praticanti e molto devoti. Giulio a quattordici anni era il pupillo del parroco: coordinava tutti i chierichetti e trascorreva le sue vacanze estive a tenere aggiornati i registri parrocchiali, un ragazzino imperturbabile e silenzioso, studioso senza eccellere, che “perse la testa” una volta sola, quando morì la sorella e lui senza dire niente a nessuno prese il treno per Firenze deciso a entrare in seminario là e farsi prete. Dovette andarlo a prendere la madre, per riportarlo a casa. Anche da laico però nella sua formazione intellettuale e culturale la religione ebbe un ruolo preponderante: in famiglia non facevano che spiegargli “che il Vaticano, la Chiesa cattolica, il Papa erano ben più importanti” di tutto, anche delle sue passioni di ragazzo, anche della politica, dello Stato. Fu naturale quindi che il mondo “al di là del Tevere” lo affascinasse profondamente: giovane diplomato al “Tasso”, aveva un lavoro precario all’Ufficio Imposte, era iscritto all’Università e alla FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, faceva volontariato nella borgata di Pietralata, era amico di Adriano Ossicini, precursore della sinistra democristiana e faceva riferimento al giovane vescovo Giovanni Battista Montini…

La gavetta nella redazione della rivista “Azione Fucina”, l’incontro fulminante con Alcide De Gasperi, la reciproca ammirazione con Papa Pio XII (con il quale aveva persino confidenza, tanto da addirittura battibeccarci in occasione di una copertina de “La Settimana Incom” che il pontefice giudicava troppo spinta), il voto per la monarchia al referendum, il matrimonio con Livia Danese, la prima campagna elettorale girando per il basso Lazio su una Balilla scassata, la nomina a Sottosegretario alla presidenza del Consiglio a soli ventotto anni, l’incarico di gestire la rinascita del Cinema italiano e la sua legge protezionista in materia, il blocco degli stranieri nelle squadre di calcio, il fiume di denaro fatto arrivare in Ciociaria, la morte di De Gasperi e la “guerra interna” contro Fanfani e Moro, la fondazione della rivista “Concretezza”, i rapporti con gli Stati Uniti e la NATO, l’elezione al Soglio di Pietro dell’ex guida spirituale Montini con il nome di Paolo VI, la svolta a destra del 1972 e l’ammiccamento a sinistra del 1973 con la denuncia delle “trame nere”, l’incontro nel novembre 1975 in uno sperduto cinodromo del Colorado tra Andreotti e il comunista Sergio Segre, la crisi economica, lo scandalo Lockheed, il compromesso storico, il rapimento Moro, l’acida inimicizia con Bettino Craxi (che lo definì Belzebù in un suo editoriale sul quotidiano “Avanti!”), il delitto Pecorelli, lo scandalo P2, i libri e la scoperta di essere una macchina da bestseller, l’omicidio di Salvo Lima e la querelle sui presunti rapporti con la Mafia, l’antipatia per il generale Dalla Chiesa, il ruolo della diplomazia italiana nel Mediterraneo, il parere negativo sul crollo del Muro di Berlino, Tangentopoli, il tentativo fallito di arrivare al Quirinale, i processi, la depressione, l’incontro con l’avvocato Giulia Bongiorno, l’imbarazzo e il distacco verso Silvio Berlusconi, il malore durante “Questa Domenica” del 2 novembre 2008, il ricovero e la morte nel maggio 2013. Massimo Franco, firma di spicco del “Corriere della Sera”, riprende il filo del suo discorso su Giulio Andreotti iniziato nel 1989 con Andreotti visto da vicino e proseguito nel 2008 con Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un’epoca, entrambi usciti per Mondadori, per raccontare finalmente intera la parabola umana e politica di una vera leggenda italiana. Una leggenda oscura, per molti versi, ma la tesi di Franco, che fa da architrave a questo saggio, è che Andreotti non ci sia più. Non solo nel senso fisico del termine, quello è ovvio, ma in senso politico e culturale. Il giornalista parla “del suo mondo e del suo potere come realtà sepolte”, non “una realtà attuale ma il suo superamento, persino la sua disintegrazione”. Non è però un capriccio da archeologo a muovere Franco, perché a suo giudizio “raccontare l’habitat in cui è cresciuto il dinosauro Andreotti aiuta ad addentrarsi in un Jurassic Park dove in realtà si ripercorrono le biografie di un’Italia, di una Chiesa cattolica, di una criminalità, di una magistratura, di un popolo di elettori, di un Occidente”. E così ripercorriamo – dall’infanzia infelicissima alla scomparsa alla veneranda età di 92 anni – la storia di un “politico programmato per la Guerra fredda, interprete ortodosso della simbiosi del dopoguerra, oggi non più così scontata, fra politica italiana e vaticana anche sul piano internazionale”, un uomo dai tratti pressoché deformi, dallo humour fulminante che “giocava con la propria fama luciferina”. Andreotti, l’uomo che ha monopolizzato la vita politica italiana per mezzo secolo, a cavallo tra la luce e le tenebre, tra incenso e zolfo, tra Paradiso e Inferno.



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