C’era una volta la rivoluzione

C’era una volta la rivoluzione

I reduci di queste battaglie si radunano, come dei moderni commilitoni, a raccontare attorno a un fuoco di quelle notti e quei giorni in cui in Italia si è tentato di fare la rivoluzione. Quelli del Movimento, quelli “brutti sporchi e cattivi” – se si dà retta alla vulgata che si è tramandata immediatamente dopo – erano dei capelloni che hanno messo a ferro e fuoco l’Italia per circa un decennio, traghettando il Paese dagli anni di piombo ai “mitici anni di merda” (gli anni Ottanta del riflusso, del disimpegno e dell’edonismo). Se sei cresciuto coi racconti dello zio Fjodor, chiamato così in onore di Dostoevskij, capo di una brigata Garibaldi in Friuli, vuol dire che sin da bambino hai sentito parlare di assalti ai treni, amori leggendari, epiche battaglie contro fascisti, cosacchi, nazisti e titini. “Beati loro che hanno fatto la guerriglia!”, ti viene da pensare. Perché tu invece ti devi accontentare di scontri coi poliziotti e coi fascisti (loro sì, unica costante anche due decenni dopo). Lo spettro del colpo di stato in Italia non smette di atterrire: c’è stato nel ’67 in Grecia, ci sarebbe stato nel Cile di Pinochet, e anche in Italia il rischio era forte. Da qui, principalmente, la necessità per la sinistra estrema di organizzarsi anche in maniera paramilitare per scongiurare di piombare di nuovo nello stato autoritario…

Jacopo Fo, figlio del Premio Nobel per la Letteratura 1997 Dario Fo e dell’attrice e attivista Franca Rame, si può dire che sia stato letteralmente immerso sin dalla tenera età in un clima stimolante dal punto di vista culturale e ideologico. Quel fermento bene si è sposato, poi, con l’esperienza successiva di Fo jr., tutta improntata alla militanza e all’impegno. Cura un blog per “Il Fatto Quotidiano” e, nel solco della passione civile a cui accennavamo, ha fondato nel 1981 la Libera università di Alcatraz. Sergio Parini, già organizzatore di concerti, è stato caporedattore di “Donna Moderna”, oltre ad aver lavorato nelle redazioni de “Il Manifesto”, “Epoca”, “Linus”, “Lotta continua”, “Panorama”. Questo libro rientra nella collana pamphlet di Chiarelettere ed è bene chiarirlo, non è un libro di storia: C’era una volta la rivoluzione è piuttosto un saggio sociologico e di costume su come il Sessantotto abbia capovolto il modo di essere e di pensare. Lo sottolinea già la citazione di Umberto Eco che appare in esergo: “I rapporti tra padroni e operai, studenti e insegnanti, perfino tra figli e genitori, si sono aperti. Non saranno più gli stessi”. Talvolta, nel raccontare le proprie esperienze di sessantottini, i due autori sfociano nell’aneddotica personale e privata, come quando descrivono l’esperienza del Liceo Berchet di Milano che divenne “base rossa”. La narrazione non è perfettamente asettica e super partes, né ambisce a esserlo. Eloquente, poi, la copertina: due celerini raffigurati nell’atto di pestare un manifestante, probabilmente giovanissimo. Il taglio che il libro ha avuto, insomma, è a senso unico, dato che si è voluto analizzare il Sessantotto come esperienza idealizzata, vagheggiata con nostalgia, ripensando alle occasioni perse e alla repressione delle forze dell’ordine. Può risultare dunque una lettura piacevole e interessante, ma solo se la prendete per quello che è: una cronaca di parte, tanto che gli stessi autori nell’introduzione si definiscono “falsi bugiardi come tutti i sessantottini”. Se invece vi interessa un approfondimento che abbia i sacri crismi della ricerca storica equidistante, potrete trovare decine di pubblicazioni che in occasione del cinquantesimo anniversario sono tornate alla ribalta.



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