C’era una volta una guerra

C’era una volta una guerra
Da qualche parte in un porto d'Inghilterra, giugno 1943: una nave senza nome sta per salpare verso una destinazione nota a pochissimi. Le truppe pronte a salire a bordo stanno per lasciare le proprie famiglie e le proprie abitazioni per una missione che, nel dettaglio, nemmeno loro conoscono. L’interno della nave, in precedenza destinata a crociere di civili, ora ospita solo uomini armati che dormono per terra nello spazio del teatro, sul ponte esterno, nei corridoi che prima erano passeggio di uomini e donne eleganti. Navi che partono e navi che rientrano: il teatro di guerra, visto dalla base inglese, con un punto di vista così lontano dalla realtà effettiva dei “mangiaspaghetti” che perfino la figura di Mussolini sembra equivocabile, tra il suo ruolo di vittima di guerra e carnefice di un popolo... Da qualche parte nel teatro di guerra mediterraneo in Nordafrica, luglio 1943: ad Algeri la guerra sembra ancora non essere arrivata. I vicoli delle strade brulicano di persone, in uno stato di eccezionale mescolanza, una specie di babilonia che accoglie, con eguale allegria, britannici e americani, canadesi, arabi a cavallo. Le lingue in uso sono molteplici, raro che si parli una sola lingua, e gli uomini sembrano tutti d’accordo. La guerra è lontana, nella vecchia Europa, e qui i soldati non sono interessati all’andamento bellico come invece lo sono perfino i soldati americani nei campi di addestramento militare. Qui ad Algeri, i contorni della realtà sono sfumati e non c’è da stupirsi se dopo, a guerra finita, i soldati dovranno improvvisare un po’ nel raccontare memorie d’Africa... Da qualche parte in una base italiana nel Mediterraneo, ottobre-novembre 1943: dallo sbarco alleato alla prima fase di risalita della penisola, da Salerno a Ventotene. Su un’isoletta, vicino a Napoli, una piccola formazione militare di cinque inglesi su di una motosilurante, scivola silenziosa nel mare del golfo. Approda sull’isola, trancia i cavi elettrici, prende a bordo l’ammiraglio italiano e sua moglie, che però dimentica il baule sull’isola. E i commandos inglesi, inteneriti, tornano a prenderlo: è l’accoglienza tributata dagli italiani agli alleati che genera amicizia e simpatia, mentre i gerarchi fascisti tentano di cambiare bandiera; la caduta di Mussolini, i bambini che chiedono ai soldati chewing gum e cioccolato. Radiografia di un paese in guerra, nonostante un’indole popolare comicamente e tragicamente innocua...
John Steinbeck è uno dei più conosciuti e celebrati premi nobel americani, giornalista, saggista e romanziere amato dal grande pubblico soprattutto per Uomini e topi e Furore. I reportage contenuti in questo libro sono frutto di una collaborazione con il New York Herald Tribune avviata nel 1943 e che lascia intatte le caratteristiche di scrittura e di stile che tanta parte hanno rappresentato nel successo di Steinbeck. A parte gli intenti dissacratori delle più ovvie mitologie del perbenismo borghese, la violenza tragica del mondo del sopruso di classe è sempre rappresentata da Steinbeck con una scrittura tesissima, senza eleganze superflue, con una capacità di descrivere la superficie delle cose, così come noi le vediamo, che però ‘suggerisce’ tutte le emozioni e le nevrosi che si agitano sotto l’epidermide della realtà. Anche la guerra, raccontata alla sua maniera e vista nel particolare dei tre teatri di guerra (Inghilterra, Africa, Italia), rivela il volto di una umanità disperata e senza speranze, una umanità condotta all’estremo limite della propria stessa sopravvivenza dalla brama di potere  e di sopraffazione sul simile: tutto però nei modi di un linguaggio piano e semplice, come una silenziosa e indolore eutanasia della scrittura.


 

 

 

 
 
 
 
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