Cabiria di Pietroburgo

Cabiria di Pietroburgo
Chi è Rajmonda Rybnaja, detta Mon’ka? Da quale strano limbo è caduta su questa terra, facendosi carne e sangue e incarnandosi nel ventre di sua madre, tale Gertruda Borisovna Fajkina? Sorride Mon’ka coi suoi furbetti occhi blu, sorride e danza la sua vita lungo il miasmatico Obvodnyj, nauseabondo canale sul quale affacciano obitori e carceri, orfanotrofi e ospizi, sfuggendo all’ira del padre, alle botte dei suoi compagni. Volteggia Mon’ka, maliziosamente lasciva, mentre gli uomini le si accalcano attorno e a turno le cingono la vita e le schiudono le cosce, a lei, ghiotta d’amore come una bimba potrebbe esserlo di dolciumi. E il suo cuore batte, determinato, anche se con un ritmo sbagliato, a balzi e sobbalzi. E il suo corpo colleziona malanni, si disfa, si enfia eppure rimane tenacemente attaccato alla vita, con una determinazione che sa di miracolo o di prodigio, come se sapesse che l’anima di Mon’ka sarebbe di certo dannata in eterno anche in paradiso per esser stata privata del piacere della carne e dei sensi. Fanciullesca, innocente malgrado tutto, strampalata, sensuosa, scriteriata: Rajmonda Rybnaja illumina il fosco canale Obvodnyj come una stella, e come una stella sarà destinata a morire – per implosione...
È stato solo dopo aver terminato la stesura di questa storia, nel 1991, che Marina Palej – ex medico ospedaliero, disposta ai lavori più umili per schivare l’orrore della sanità pubblica sovietica, poi rinata alla scrittura in seguito alla Perestrojka e ora autrice apprezzata e tradotta in molti Paesi europei – s’è resa conto della impressionante somiglianza tra il volto della sua Rajmonda e quello, tenerissimo, di Cabiria, la candida e ingenua prostituta resa immortale da Giulietta Masina e da Federico Fellini nel film del 1957. Ed ecco spiegato il titolo di questo romanzo breve, che nelle sue cadenze allusive e talvolta surreali sembra quasi una favola, anche se per adulti. Una favola, come si conviene, con una protagonista un po’ magica e impegnata a sfuggire la morte… peccato solo che fate madrine & co. non abbiano mai frequentato la zona del canale Obvodnyj – come d’altronde nessun’altra di questo pulcioso pianeta.

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