Cacciatori nel buio

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Il minivan zeppo di giocatori d’azzardo thailandesi arriva al confine con la Cambogia che è quasi il tramonto. Piove, è pieno di fango e pozzanghere, bisogna fare la fila, i thailandesi si lamentano incessantemente con il tour operator. Lui no. A lui sembra scorrere tutto addosso, come la pioggia fina di quella piccola cittadina cambogiana di confine. Forse perché è un barang, un occidentale. Si chiama Robert Grieve, è inglese e fa l’insegnante a Burgess Hill, una cittadina vicino ai Sussex Downs. Sebbene sia giovane e bello conduce una vita piatta, fatta di solitudine, passeggiate, pranzi a casa della nonna e sporadiche serate al pub. Persino il suo taglio di capelli è lo stesso da anni: lunghi dietro, con la riga a destra. Non fa obiezioni alla sua passività, la accetta. Anche i suoi genitori hanno smesso di fare appello alla sua ambizione: si sono accorti che, semplicemente, non ne ha. La sua unica valvola di sfogo sono le vacanze: ogni anno si concede lunghi, bellissimi viaggi. È stato in Grecia, in Islanda. Quest’anno ha optato per l’Estremo oriente, ed eccolo qua. Appena passata la frontiera, c’è una piccola folla di autisti di taxi che si sbraccia per attirare la sua attenzione. Robert sceglie un tizio con una Toyota e un ombrello, che gli chiede sette dollari per portarlo a Pailin, “una cittadina fondata sul traffico di pietre preziose e sui khmer rossi” e lo porta in un alberghetto a buon mercato. Del resto, a Pailin non ci sono alberghi di qualità, solo bettole kitsch affollate da prostitute. Robert fa un bagno tiepido, si stende sul letto, fuma le sue ultime tre sigarette domandandosi se ha “il fegato o l’energia di uscire subito in cerca di un casinò”. Non c’è molto altro da fare, lì. Rasato, impomatato e col vestito pulito scende nella hall alle nove e trenta e si fa chiamare un taxi che lo porti al “Diamond Crown”, un casinò pacchiano ed enorme: qualunque cosa è meglio del karaoke con gli uomini d’affari cinesi e vietnamiti che cantano male, delle giovani puttane tristi e di una stanza vuota. Si siede ad un tavolo sbilenco dove inizia a fare puntate di cinque dollari alla roulette contro un cerchio di funzionari thai che si scolano Sang Som e Yaa Dong, perdutamente fatti. Dopo qualche giro Robert ha vinto duecento dollari. Ancora qualcosina e potrà almeno pagare la modifica del biglietto di ritorno e fermarsi un altro po’. Esce in terrazzo a guardare il panorama, fumare e pensare. Quando torna si sente più spavaldo e sicuro di sé: si siede ad un altro tavolo, anche questo assediato da "capiufficio thai con il loro Yaa Dong scorticagola". Gioca per un’ora, puntando a caso e sperando – il gioco per lui è un assoluto mistero. Gli va bene, vai a capire perché. Ad un certo punto si trova davanti duemila dollari. Robert si alza, incassa il malloppo allo sportello senza cerimonie e se ne torna in albergo. Si siede, ordina pho, birra Lao e satay di maiale con cetrioli. Mentre mangia decide di non mettere più piede in un casinò, per non perdere i soldi conquistati con tanta leggerezza...

Lawrence Osborne, scrittore nomade che ha studiato a Cambridge e Harvard ed ha vissuto a Parigi, New York, Città del Messico, Istanbul e Bangkok, ci regala un romanzo magico, dalle atmosfere crepuscolari e opprimenti come l’afa prima che il monsone si scateni. I “cacciatori nel buio” del titolo sono – secondo il medico cambogiano benestante di cui il protagonista del romanzo seduce la figlia – “gli irrequieti cortigiani della corte imperiale nel Giappone medievale, sempre a caccia di vantaggi personali”, ma anche i giovani di oggi, sempre angosciosamente a caccia della felicità. E sono i cambogiani – spesso anche ragazzi o addirittura bambini – che tra 1977 e 1979, su istigazione dei khmer rossi di Pol Pot e in nome di un ideale/sistema/partito denominato Angkar, “più profondo del comunismo” perché “nasceva dal profondo passato”, si dedicarono alla “purificazione della Cambogia” setacciando strade e campagne per massacrare o deportare milioni di persone senza motivo, allo scopo di “creare una nuova società”. La Cambogia dipinta da Osborne è una nazione enigmatica e impenetrabile non soltanto per i suoi paesaggi nebbiosi e i suoi antichi templi: è infatti un Paese bellissimo ma maledetto, un mostro suicida che in tre anni ha ucciso un quarto della sua popolazione. Il romanzo è nominalmente un noir, ma la struttura circolare attraverso cui i soldi vinti da Robert Grieve ‒ bugia dopo bugia, morte dopo morte ‒ finiscono prima nelle tasche di un dandy tossicodipendente americano e poi in quelle di un corrotto poliziotto cambogiano ex khmer rosso per terminare la loro corsa nelle mani di un ineffabile tassista che incontriamo sin dalle prime pagine sa molto di saṃsāra, è debitrice più a Buddha che a Chandler. Inevitabili e inesorabili, gli eventi si susseguono, i personaggi sembrano in balia di un disegno inumano. La storia di Osborne, come pure la sua Cambogia magica, è disseminata di segni, sogni, premonizioni, ma soprattutto è una landa ferita, che ha perso la sua innocenza decenni fa e da allora pare popolata soprattutto da fantasmi. Affascinanti, sensuali, ma pur sempre fantasmi.

LEGGI L’INTERVISTA A LAWRENCE OSBORNE



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