Camanchaca

Camanchaca
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Il ragazzo vive con la madre, in Cile. Studia giornalismo e sogna di diventare un commentatore sportivo, uno di quelli che col fiato serrato fanno la cronaca delle partite di calcio. È grasso, introverso, non parla molto e gli sanguinano continuamente i denti. Per questo, per farlo curare, il padre, che vive da un’altra parte con una nuova famiglia, ha organizzato un viaggio in macchina da Santiago del Cile a Tacna, in Perù. Prima di partire la madre gli rifila una lista di indumenti da comprare. Calzini, mutande, pantaloni. E che siano di marca, così durano di più. Durante il viaggio attraversano il deserto dell’Atacama, così diverso dalle spiagge che lui sperava di vedere. Mentre il paesaggio scorre al di là del finestrino, mentre la musica pompa nelle orecchie dagli auricolari, il ragazzo ripercorre i fatti cruciali della sua giovane vita, la separazione dei suoi, il nonno testimone di Geova che vive a Iquique, la morte accidentale e misteriosa dello zio Neno, la scomparsa improvvisa della cugina dopo un gioco a nascondino finito male, la fuga da Iquique con sua madre senza portarsi dietro niente, salvo il conto in banca. Lungo il percorso che lo porta a curarsi la bocca, ha modo di riflettere sulle risposte date dalla madre alle sue domande durante le interviste che le ha fatto per esercitarsi con la voce. Pensa ai rimbrotti del nonno che lo considera un poco di buono. Alla pingue indolenza da divano e KFC del padre. All’ebetudine del fratellastro cocco di mamma e videogame dipendente. Nell’abitacolo attraversato dalle luci del deserto, da vecchie istantanee e dai lampi dei flashback nella sua memoria, ricostruisce un pezzo alla volta un passato che rimane pieno di buchi, amnesie, versioni sommarie di fatti cruciali. E tanti silenzi, uno per ogni volto della sua famiglia…

La Camanchaca è una nebbia costiera che si forma in Cile e Perù. Col calore del giorno si trasforma in nuvole fitte e dense che si spostano verso l’interno, in particolare verso il deserto di Atacama, il posto più secco della terra. Sono questi gli elementi simbolici che sostengono la narrazione poetica e malinconica di Zúñiga: l’aridità del deserto e una coltre di nuvole che non si sciolgono mai perché le nuvole che formano la Camanchaca non portano pioggia. Sono due facce speculari di una stessa medaglia, quello che il ragazzo sperimenta nella sua vita. La siccità dell’anima che racconta attraverso uno sguardo disincantato, pieno di delusione appassita traduce in pensieri venati di rassegnazione e tristezza legami familiari chiusi come gelosie dopo il coprifuoco, che cadono a pezzi sotto il peso di situazioni irrisolte e silenzi e che hanno fatto dell’ordinario un non luogo di resti sbreccati, di parole taciute, di lontananze irrimediabili. Il rapporto genitori figli qui è segnato da una profonda distanza, dalla sconvenienza delle verità taciute, dall’indifferenza e da una incomunicabilità drogata di materialismo per il quale prendersi cura dell’altro equivale solo a riempirgli l’esistenza di cose. Di hamburger e patate fritte, di abbigliamento firmato, di denti nuovi. La vita vissuta come quei turisti che visitano le città famose solo per portarsi a casa souvenir e fotografie. Dentro questa storia fatta di spezzoni e fotogrammi che rispettano un labile asse del tempo, si muove la profonda e inafferrabile, inguaribile solitudine del ragazzo, circondata da domande alle quali nessuno risponde come dovrebbe; una stanza fatta di specchi le cui uniche due uscite sono il cibo e le simulazioni delle radiocronache. Eccola qui, la Camanchaca nel deserto. È terribile avvertire tutto questo disagio, questa emarginazione, questa solitudine traspirare dal corpo di un adolescente bullizzato, mortificato per il suo aspetto goffo e trasandato, ignorato nelle sue necessità interiori, stigmatizzato per la sua grassezza e la sua inadeguatezza. Zúñiga azzarda la carta umanamente spietata della narrazione fredda e distaccata che esalta i penetrali di una sofferenza latente, e sbanca. Al centro di questa storia potrebbe esserci qualunque incompreso, rincantucciato sulla propria isola alla deriva. Una fotografia intima dei nostri tempi - quasi una biografia che chiunque può fare propria - in cui gli uomini sono pianeti distanti e quello che si vede, non è quello che è. La Nuova Frontiera restituisce al romanzo di Zúñiga il suo titolo originale, che nell’edizione Caravan del 2012 era Passeremo per i deserto con la traduzione a cura di Vincenzo Barca.



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