Canne al vento

Canne al vento

Il vecchio servo Efix parte alle prime luci dell’alba, lasciando la capanna nera tra il glauco delle canne e il bianco delle rocce in cui vive ritirato, espiando con immenso rimorso la colpa di aver ucciso sia pure involontariamente il suo padrone. Don Zame governava il podere e la servitù, la moglie e le quattro figlie in maniera prepotente e superba, ma adesso che non c’è più a prendersi cura di quel che resta della tenuta è rimasto lui. L’anziano uomo risale lo stradone che attraversa la campagna assorto nella malinconia dei propri pensieri e, a mano a mano che risale il pendio montuoso, il pesante fardello del rimorso che reca sulle spalle come una croce trasforma il tragitto in una sorta di calvario. Infine l’anziano contadino giunge dinanzi alla porta dell’abitazione diroccata in cui le tre figlie rimaste trascinano la loro esistenza in una condizione economica che va impoverendosi sempre di più e in una logorante e sdegnata solitudine. Efix è la sola persona che, oltre a mandare avanti il lavoro dei campi, provvede alle loro esigenze. Lo stato d’indigenza in cui versano le tre sorelle Pintor accrescono ancor più in quel povero servo la pena che lo divora. Nel vederlo attraversare il vasto cortile quadrato una donna bassa e grassa, vestita di nero e con un fazzoletto bianco attorno al viso si affaccia dal balcone con gli occhi scintillanti di gioia…

 

 

Quando nel 1913 Canne al vento esce dapprima a puntate su “L'Illustrazione Italiana” e dopo qualche mese in volume presso l’editore Treves di Milano, il verismo è un’esperienza ormai archiviata e lontana dall’attualità letteraria. Grazia Deledda, tuttavia, non rinuncia ai canoni veristici sia nell’organizzazione delle vicende sia nella rappresentazione dei suoi personaggi, ma vi innesta una problematica e una sensibilità del tutto nuove. Più che la descrizione della vita e delle condizioni isolane a lei interessano ora temi quali il senso del peccato e della colpa, la necessità dell’espiazione, una concezione dell’esistenza che in senso molto largo può dirsi religiosa nel suo porre in rilievo la fragilità dell’uomo. Alla luce di questa nuova poetica, i personaggi del romanzo divengono degli emblemi, dei paradigmi della condizione umana, “canne al vento” che ondeggiano in un’atmosfera dove il paesaggio resta fedele alla rappresentazione lirica e ieratica di sempre, ma le vicende si caricano di suggestioni tematiche nelle quali dominano il senso religioso del peccato e la tragica consapevolezza della forza ineluttabile del destino. Anche la prosa della Deledda nel proiettarli in questa nuova dimensione, rivela i frutti maturi di un lungo lavoro di scavo che, ferma restando la fedeltà ai temi insulari, ha saputo mediare la lezione dell’originaria tradizione con quella del decadentismo, giungendo a un modulo narrativo di ben alto livello.



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