Canti del caos

Canti del caos
Il Matto deve scrivere un libro, ma la fiamma dell’ispirazione tarda ad accendersi. Il Gatto, il suo ambiguo editore, gli dice che quanto scritto finora non va assolutamente bene. Troppo poco commerciale, troppo poco spendibile sul mercato. Bisogna ricominciare da zero perché così proprio non va. A questo punto la sola fonte di salvezza per il Matto è rivolgersi alla Musa, la sola che può raddrizzare le sorti di questo romanzo…
Mastodontico, labirintico, (per molti) illeggibile, osceno, geniale. Si potrebbe scrivere un’intera recensione solamente elencando gli aggettivi accostati a Canti del caos e di conseguenza al suo autore, Antonio Moresco, autentico faro nella letteratura contemporanea, italiana e non. Presente finalmente nella sua versione definitiva, questo (non) romanzo frutto di quindici anni di lavoro, è il secondo capitolo della Trilogia dell’Increato. L’opera, difficile tanto da riassumere quanto da commentare, costituisce una potente metafora della scrittura e del suo mondo, rappresentando un parto sofferto e doloroso per cui Moresco, citando Busi, si è ridotto perfino a vivere. I corpi e le menti degli innumerevoli protagonisti reali o irreali di questo perpetuo caos futuribile mutano in continuazione e così fa anche la narrazione, ora gentile ora crudele, ora aspra ora piana ma sempre sapientemente governata da una penna incendiaria e leopardiana, noncurante della smaccata ma naturale anticommercialità del proprio scrivere. L’urgenza dell’ autore sta proprio nella non urgenza di spendibilità, nel consapevole rifiuto del conformismo e dell’anticonformismo che costituisce da sempre il discrimen tra chi scrive per il pubblico e chi scrive per esorcizzare e allo stesso tempo assecondare le infinite sfaccettature della propria personalità, dalle più candide alle più oscure. In ogni singola pagina vivono molteplici anime, proiezioni più o meno  consapevoli dell’autore stesso che scalzano le anime che fino ad allora avevano costituito l’epicentro del plot. È un vortice impetuoso che tutto travolge, compreso Moresco, naufrago tenuto a galla da quattro tavole scampate dalla distruzione e dalla destrutturazione della nave-romanzo. La vita, la morte, la tecnologia, il sesso, l’arte, la scrittura; nulla si crea e nulla si distrugge in quest’opera rivoluzionaria che, a suo modo, richiama tra le righe molte fra le tappe più significative della letteratura d’ogni tempo, da Cervantes a Joyce, adeguandole alle inquietudini contemporanee e al disfacimento di una realtà protesa verso l’abisso in cui la scrittura costituisce l’unico elemento di tragica purificazione.

 

 

 

 
 
 
 
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